venerdì 1 maggio 2009

DALLA FEDE IL METODO

Carròn: la fede come metodo per l'esistenza
"Professore, è inutile che venga qui a insegnarci religione e a parlare di fede. Per fare scuola bisogna ragionare, e la fede non c'entra niente con la ragione, sono due rette sghembe che non s'incontrano mai". Nel 1954, appena salito in cattedra per la sua prima lezione al liceo Berchet di Milano, don Luigi Giussani era stato apostrofato così da uno studente: mica male come inizio d'anno. E dalla decisione del giovane prete brianzolo di rispondere a quella sfida è nata l'esperienza di Comunione e liberazione, che scommette tutto sulla ragionevolezza della fede. A distanza di cinquant'anni quella sfida (che Giussani aveva profeticamente intercettato in un'Italia formalmente cattolica ma già minata dall'avanzata del secolarismo) si è fatta molto più acuta. E ricomporre la separazione tra sapere e credere, è la battaglia più ardua con cui oggi la cristianità si cimenta. Oggi che le antiche sicurezze religiose sono crollate, oggi che la fede è ridotta a sentimento, a presidio morale di valori sempre meno praticati, a dimensione che nulla c'entra con la conoscenza.
Per tre giorni, da venerdì a domenica, don Juliàn Carron - guidando gli annuali esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e liberazione davanti a 26mila persone convenute a Rimini da tutta Italia e in collegamento via satellite con 63 Paesi - ha rilanciato la scommessa di Giussani: «Dalla fede il metodo» è stato il titolo della tre giorni. Di fronte alle sfide della vita - la crisi economica, la tragedia dell'Abruzzo, la vicenda di Eluana Englaro e dell'eutanasia - abbiamo tutti bisogno di incontrare una diversità umana, nella quale il cristianesimo si rende incontrabile come avvenimento, qualcosa che ri-accade oggi come risposta alla domanda di felicità che abita il cuore di ognuno. Come ha di recente detto Benedetto XVI, i cui interventi sono più volte riecheggiati in questi giorni di lavoro e di preghiera: «Nel mistero dell'incarnazione del Verbo, nel fatto che Dio si è fatto uomo come noi, sta sia il contenuto che il metodo dell'annuncio cristiano». La fedeltà a questo metodo scelto da Dio, argomenta il presidente della Fraternità di Cl, rende testimoni della novità cristiana di fronte alla crisi generata dalla frattura tra fede e ragione. E può rendere presente all'uomo di oggi - tanto apparentemente sicuro di sé nella rivendicazione della sua autonomia quanto smarrito e vittima di "un'anestesia dell'io", di una trascuratezza di sé - il volto misericordioso di Cristo. La separazione tra il sapere e il credere, tra la ragione e la fede, non è frutto soltanto di una dinamica esterna alla Chiesa. È un germe che si è insidiosamente annidato nel suo stesso corpo, e ha reso il cristianesimo sempre più estraneo alle attese dell'uomo.
Una realtà magari riconosciuta come fatto storico ma che non incide, non morde, in ultima analisi non conta. Carron dice provocatoriamente che «è come se la fede avesse una data di scadenza». Cristo diventa un soprammobile da esporre nel salotto buono dei valori, piuttosto che una presenza viva incontrabile e a tutti proponibile. Un devoto ricordo, piuttosto che una realtà che accade"qui e ora". Invece l'uomo ha bisogno di qualcosa che gli sia contemporaneo, che fondi la sua speranza. E per sperare, scrive Péguy, bisogna avere ricevuto una grande grazia.
Perché il cristianesimo continui a essere un'attrattiva vivente servono testimoni credibili, gente che seguendo Gesù renda credibile che, come recita il titolo del libro di Giussani che quest'anno guida la catechesi del Movimento, Si può vivere così. Il cardinale Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici, intervenuto sabato alla celebrazione eucaristica, ha rilanciato l'ammonimento di Benedetto XVI: «Il cristianesimo non può essere ridotto a una morale, cristiani si è solo se si incontra Cristo. Per questo servono testimoni che lo rendano incontrabile, e voi oggi lo siete».
Giorgio Paolucci, Avvenire 28/04/2009

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