martedì 30 giugno 2009

Una scuola che parla al futuro

Incontro sabato 4 luglio alle ore 17.00 presso la sala della Sede di CL Messina, in Via Porto Salvo per un momento di confronto e giudizio a partire dalla propria specifica esperienza.
Compagnia delle Opere, in collaborazione con le associazioni Diesse, CDO Opere Educative, Il Rischio Educativo, Disal, Consorzio Scuole Lavoro e Associazione Portofranco, ha redatto un manifesto che indica alcuni punti irrinunciabili per un miglioramento dell’offerta formativa che permetta di rispondere alla forte domanda di apprendimento.
Riconoscimento dell’autonomia statutaria delle istituzioni scolastiche, sostegno alle scuole paritarie, formazione dei dirigenti scolastici, percorso di carriera per i docenti che tenga conto di competenze e valutazione del merito, percorsi di studio più flessibili e personalizzati, valutazione della qualità dell’offerta educativa delle scuole, abolizione del valore legale del titolo di studio. Sono alcune delle proposte contenute nel manifesto di Compagnia delle Opere dal titolo “Una scuola che parla al futuro” dedicato alla scuola e all’educazione e realizzato con alcune associazioni collegate che operano in ambito scolastico: Diesse (Didattica e Innovazione Scolastica), CDO Opere Educative, Associazione culturale Il Rischio Educativo, Disal (Associazione professionale Dirigenti Scuole Autonome e Libere), Consorzio Scuole Lavoro e Associazione Portofranco. Il manifesto esprime un giudizio preciso sul quadro dell’istruzione nel nostro Paese e formula una serie di proposte operative tese al miglioramento dell’offerta formativa e alla valorizzazione di tutte le esperienze di qualità presenti nel sistema scolastico. Prima degli obiettivi e delle analisi il manifesto puntualizza l’importanza dell’educazione. “L’educazione – afferma il testo – è una risposta decisiva alle domande dell’uomo sulla situazione attuale”. Ritrovare la capacità di educare è il compito che il documento assegna non solo alla scuola, ma all’intero mondo degli adulti. Il manifesto, richiamandosi in questo modo all’Appello sulla educazione firmato nel 2001 da numerose personalità italiane, afferma che solo un popolo che si lascia educare, cioè ritrova il significato più profondo della propria identità, è in grado di dare vita a luoghi di cultura e di conoscenza. Il documento rileva che, rispetto ai problemi che l’assetto della scuola italiana presenta, riconducibili all’atavico statalismo che non ha eguali in Europa, esiste una domanda sociale di apprendimento significativo che i giovani non solo non hanno perduto, ma appunto rivolgono alla scuola affinché essa riprenda il suo ruolo. La scuola italiana, insomma, si sta muovendo e i dati Ocse-Pisa che presi nell’insieme dimostrerebbero le scarse competenze dei nostri quindicenni nelle discipline fondanti (lettura, matematica e scienze), se disaggregati rivelano che la scuola funziona, ed esprime risultati eccellenti, se il lavoro in classe è coinvolgente, se insegnanti e alunni sono motivati, se la scuola come organizzazione riesce ad esprimere tutte le sue potenzialità. Quindi, a partire da testimonianze positive di scuole in azione, il documento “Una scuola che parla al futuro” enuncia 6 obiettivi: - piena autonomia degli istituti scolastici, cui è legata una piena e attuata parità scolastica; - sviluppo di una identità professionale di docenti e dirigenti; - realizzazione di percorsi di studio flessibili e personalizzati in ambito didattico; - messa in atto di ordinamenti (dalla scuola dell’infanzia a quella superiore) in linea con il principio di sussidiarietà; - valutazione esterna delle scuole; - abolizione del valore legale del titolo di studio.
Per fare tutto questo è necessario non tanto aggiungere altre spese, ma eliminare gli sprechi e, soprattutto, ampliare gli spazi di libertà di educazione nella scuola e tra le scuole. Al di là di ogni retorica pre o post elettorale, queste piste di lavoro intendono disegnare i contorni di un’azione culturale di lunga gittata che la CdO offre come spunti di riflessione e azione a tutti coloro (educatori, famiglie, imprenditori, politici, intellettuali) cui sta a cuore il domani delle nuove generazioni.
http://www.cdo.it/Portals/0/doc%20CDO/scuola_futuroWEB.pdf

lunedì 22 giugno 2009

Spettacolo di Beneficenza dei "Cavalieri"

26 Giugno 2009 ore 20,00
"Sala Laudamo"
Via Antonio Laudamo, Messina
Spettacolo di Beneficenza a cura dei:
CAVALIERI DELLA LETTERA
e Associazione Culturale El Barquin'o

INVITO A FESTEGGIARE


Ordinazione sacerdotale di
Don Daniele Dizione

Ordinazione diaconale di
Marco Basile

Domenica 28 giugno
ore 11:00 Messa in Cattedrale

ore 19:00 Festa
presso l'Istituto S.Domenico Savio via Lenzi - 24

Animazione
Walter Muto, Carlo Pastori e la loro Band

Comunione e Liberazione

Un nuovo inizio

L'invito formulato dall'Università di Notre Dame al Presidente Obama per pronunciare il di­scorso alla cerimonia di consegna dei diplomi e ricevere una laurea ad honorem ha scatenato un'ampia controversia e ha provocato reazioni fermamente contrarie tra tutti coloro che consi­derano questa Università come un simbolo dell'ideale di istruzione superiore cattolica. La comunità si ritrova divisa e confusa, e l'integrità della missione educativa dell'Università è messa in discussione. In una circostanza simile, sentiamo, con grande urgenza, il bisogno di comprendere le ragioni dell'esistenza di una tale istituzione.
Qual è il senso dell'educazione cristiana e - domanda ancora più fondamentale - cos'è oggi la vita cristiana? Come viviamo oggi la fede feconda che condusse un manipolo di missionari fran­cesi, un secolo e mezzo fa, a fondare un piccolo college sulla riva del Saint Mary's Lake - dove prima non c'era nulla - con la ferma convinzione che quella scuola «sarà uno degli strumenti più potenti per fare del bene in questo Paese»? Come quel rapporto tra fede e vita quotidiana è pre­sente come impeto per il nostro lavoro nell'università e nella società? Per noi la fede non è un codice etico né un'ideologia, ma un'esperienza: un incontro con Cri­sto presente qui e ora nella comunità cristiana. La fede cristiana ci da una libertà e una pas­sione per la vita che si esprimono soprattutto sotto forma di domande di fronte alla realtà, e come inesauribile apertura all'umano. Noi non siamo definiti da categorie politiche ed etiche; la nostra vita sgorga dall'appartenenza a un fatto, a una storia iniziata e portata avanti da una Presenza eccezionale nella storia umana. Nell'arco di due millenni, quella Presenza ha ispirato innumere­voli iniziative che hanno educato uomini e donne, compresa l'Università di Notre Dame. Non pos­siamo limitare la nostra sete di verità e il nostro desiderio di entrare in un rapporto autentico con la realtà; noi vogliamo la certezza del suo significato nella sua totalità. Abbiamo bisogno di un luogo dove fede e ragione non siano nemiche, dove la loro unità ci proietti in un cammino di co­noscenza coraggioso, aperto e libero.
Un invito in una Università cattolica - un invito a chiunque, in particolare al Presidente degli Sta­ti Uniti d'America - dovrebbe essere un Invito a Incontrare quella storia, quel metodo di rap­portarsi con la realtà e quella esperienza di vita e di libertà.
Cosa c'è in gioco allora in questa cerimonia? Molto di più di una semplice difesa di valori - an­che i più sacri - o del manifestare l' "apertura" al mondo di una istituzione cattolica. In gioco c'è la nostra speranza nel futuro dell'Università e nel futuro della società. Per noi la speranza inizia dal riconoscimento che con Cristo scopriamo un nuovo modo di vivere la vita, di studiare, di fare ricerca, di coinvolgerci in politica e nell'economia, di operare nel mondo. A partire da quella Presenza, noi viviamo la speranza non come un semplice sentimen­to, un sogno o un progetto di potere, ma come una certezza per il futuro che scaturisce da un'espe­rienza che accade ora.
Con la certezza della fede che padre Sorin ebbe dopo l'incendio che rase al suolo Notre Dame nel 1879, chiediamo di poter riconoscere al termine di ogni giornata che «l'abbiamo costruita troppo piccola... così, domani, appena le pietre si saranno raffreddate, la ricostruiremo più grande e migliore che mai».
VOLANTINO DI CL

lunedì 15 giugno 2009

Protagonisti della vita

Don Giussani è stato un profondo conoscitore dell’uomo. Da quando, ragazzo, ha trovato nella lettura di Leopardi una delle chiavi più espressive dell’animo umano, mai si è placata la sua ansia di incontrare e leggere il segreto dell’uomo. Il senso religioso (la sua opera più famosa, la più letta, anche se forse una delle più complesse e profonde) è innanzitutto una grande riflessione su tutte le dimensioni della vita umana.
Ma questa riflessione era per don Giussani l’esaltante “esercizio” di vita di ogni incontro. Chi ha avuto la fortuna di incontrarlo o di sentirlo parlare ha certamente percepito di essere di fronte ad un genio dell’umano, ad una intelligenza capace di penetrare le pieghe della ragione, dell’affettività, della libertà.
Un amante della vita, un amante dell’uomo e della sua opera, ecco come lo definirei. Amante dell’uomo perché innamorato di Cristo, amante di Cristo perché innamorato dell’uomo. Per lui era impossibile scindere le due cose e ogni volta che parlava dell’uno parlava, pur non nominandolo, anche dell’altro.
Don Giussani era innanzitutto un uomo segnato, colpito da un incontro avvenuto a quattordici anni, quando improvvisamente ha percepito che quel Verbo di cui parla san Giovanni nel primo capitolo del suo Vangelo, “il Verbo si è fatto carne”, voleva dire che nella nostra vita era entrata la giustizia; in un uomo, la verità; in quel volto di uomo, la bellezza. Quell’uomo portava in sé tutto quello che ogni cuore poteva desiderare. Se non tenessimo conto di questo, non comprenderemmo le ragioni profonde della sua passione per l’uomo, della sua instancabile opera di educatore, padre e maestro.
Una delle prime cose che don Giussani, mio insegnante di religione al Berchet, mi ha comunicato è stata proprio la passione di incontrare gli uomini attraverso le loro opere, attraverso i loro scritti, attraverso le loro poesie, i loro romanzi, i loro libri. Essendo appassionato lui stesso, ci ha introdotti, per esempio, alla tradizione del canto, non solo del canto importante, del canto gregoriano, del canto polifonico, di cui è stato un grande difensore e comunicatore, ma anche dei canti popolari, dei canti brasiliani come di quelli irlandesi, dei canti africani piuttosto che di quelli latino-americani, perché attraverso il canto, così come attraverso la poesia e la letteratura, egli faceva incontrare a noi ciò che aveva incontrato lui, e cioè il desiderio dell’uomo di conoscere ciò che sta dentro la vita, ciò che costituisce la profondità di ogni cosa, di ogni pensiero, di ogni respiro.
Amante della vita, è una definizione di Javhè, nell’Antico Testamento. È innanzitutto questo che mi ha fatto riconoscere in don Giussani il segno di Dio, la Sua orma. Egli è stato un amante della vita anche nei suoi aspetti più familiari: amava mangiare, amava bere, amava la conversazione, le cose belle, la montagna, il mare, i viaggi, perché in tutto ciò, appunto, vedeva un segno del destino cui la vita di tutti gli uomini è ordinata.
Questo suo amore alla vita è diventato per noi una educazione alla bellezza, una educazione a scoprire ciò che di bello c’è nel mondo e a vedere in esso una parola detta a noi. In una sinfonia di Beethoven, in una sonata di Schubert, in un tramonto particolarmente emotivo, in una traccia di luna e di stelle sul mare nella notte (sto citando delle cose di cui lui ci parlava), in una voce di bambina che dice alla mamma “Mamma tutto è grande per te. Tutto in te diventa grande” egli trovava se stesso e l’infinito. Ecco, questa è l’educazione alla bellezza che ci ha comunicato: vibrare per le cose grandi o meglio per la grandezza che sta dentro tutte le cose.
Massimo Camisasca lunedì 8 giugno 2009 ilsussidiario.net

mercoledì 3 giugno 2009

Carron: la famiglia, “bellezza da conquistare di nuovo”

La ricchezza della famiglia non si trasmette meccanicamente; al contrario, essendo una decisione morale che sfida la libertà, si tratta sempre di un nuovo inizio da riguadagnare. Lo ha detto don Julian Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, intervenendo mercoledì sera al Centro Culturale di Milano sul tema «L’esperienza della famiglia. Una bellezza da conquistare di nuovo». L’incontro, introdotto da monsignor Giovanni Balconi, responsabile diocesano dei centri culturali cattolici, si è svolto nell`ambito della Settimana della Cultura organizzata dalla diocesi di Milano e al termine di un anno in cui i diversi centri culturali hanno promosso incontri e dibattiti sul tema della famiglia.
Secondo don Carrón, malgrado la propaganda mediatica contraria, «tante persone continuano a fare una esperienza positiva della famiglia», ma allo stesso tempo «questo bene sperimentato non è riuscito a bloccare socialmente i tentativi per trasformare il matrimonio in forme diverse». Per questo è necessario ricominciare da capo: il «nuovo inizio è l’espressione più adeguata per descrivere il presente» perché «quello che era trasmesso pacificamente da una generazione a un’altra non c’è più».
Il primo passo è prendere coscienza del «mistero del proprio essere uomini», perché gli sposi sono un uomo e una donna «che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il rapporto dipende dall’immagine che ciascuno ha della propria vita, della realizzazione di sé. Ciò implica una concezione dell`uomo e del suo mistero».
«Ciò che siamo - è il secondo passaggio evidenziato da don Carrón - ci viene rivelato dalla relazione con la persona amata» in quanto la sua presenza «è un bene così grande che ci fa cogliere la profondità e la vera dimensione» del desiderio di felicità, che è «un desiderio infinito» che fa superare il limite umano. Si scopre dunque «l’orizzonte di un amore più grande» di cui la persona amata è segno. Solo mantenendo la consapevolezza di questo orizzonte, ha proseguito don Carrón, si evita che «l’esperienza più bella della vita, innamorarsi, decada sino a trasformarsi in qualcosa di soffocante».
Il leader di Cl ha quindi citato il dialogo sul matrimonio tra Gesù e dei discepoli perplessi a causa delle sue parole. Ma Gesù ha risposto al loro «spavento» riguardo la verità sul matrimonio semplicemente «facendo il cristianesimo». Cioè «Egli non si è fermato ad annunciare la verità sul matrimonio, ma ha introdotto una novità nelle loro vite che ha reso possibile viverlo secondo quella verità».
E qui che si chiarisce allora – prosegue don Carrón - «il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno». «Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che essi la portino a compimento felicemente». Il che, ovviamente, non toglie che gli sposi «non possono esimersi dal lavoro di una educazione, della quale sono i protagonisti principali».
C’è un ultimo, importante passaggio, perché il bene della famiglia non è fine a se stesso. Al contrario, l’esperienza di pienezza, di felicità, di fedeltà- che sarebbe impossibile «senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile» - è una testimonianza per tutto il mondo, è la dimostrazione della «razionalità della fede cristiana, una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell`uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia».
Questo vale, ha detto Carrón citando il recente discorso di papa Benedetto XVI a Nazaret, anche per le nuove persone generate dall`amore di marito e moglie. «Nella famiglia - aveva detto il Papa – ogni persona (...) viene considerata per ciò che è in se stessa e non semplicemente come un mezzo per altri fini. Qui iniziamo a vedere qualcosa del ruolo essenziale della famiglia come primo mattone di costruzione di una società ben ordinata e accogliente».
(Riccardo Cascioli – tratto da “Avvenire” del 22/5/2009) per vedere il video
http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=22094