21-27 Agosto 2011, Rimini Fiera
“E l’esistenza diventa una immensa certezza” è il titolo scelto per la XXXII edizione del Meeting. Esso parte da una constatazione, semplice e al tempo stesso drammatica: nella mentalità più diffusa ai nostri giorni, nella coscienza con cui ciascuno di noi affronta le sfide e le fatiche del vivere, sembra che non sia più possibile alcuna vera certezza. È qui, al fondo di noi stessi, che si rivela la radice nascosta delle tante “crisi” del nostro tempo: esse non segnano soltanto la messa in discussione o la perdita di certezze che si credevano acquisite – nella politica come nell’economia, nelle scienze come nell’etica, nella cultura come nella convivenza sociale – come è spesso successo in altre epoche storiche. Quello che è in gioco oggi, nell’epoca attraversata dalla grande ombra del nichilismo, è qualcosa di più radicale, e quindi più radicale è la sfida che essa ci pone: gli uomini non sarebbero più capaci di certezza, e anzi ogni certezza sarebbe una nostra costruzione, e alla fine nient’altro che una grande illusione.
Quando pensiamo al senso della nostra esistenza non siamo forse tutti tentati, come figli del nostro tempo, di ritenere che la nostra origine e la nostra destinazione siano in balìa della sorte, e che in definitiva nulla possiamo rispetto alle forze incontrollabili di un fato cieco e di un’insensata casualità? Eppure gran parte del pensiero “moderno”, per il quale l’uomo è l’unico, vero artefice del proprio destino, senza bisogno di riferirsi ad un senso più grande di sé, aveva preteso di fornire una strategia “scientifica” e “politica” che dominasse l’incertezza del vivere, il rischio mortale della solitudine e dell’insensatezza, fonte di risentimento e di violenza.
Le uniche certezze di cui ancora disponiamo – così si pensa – sono quelle prodotte dal controllo tecnologico del mondo. Tutto il resto, valori ed emozioni, sentimenti ed opinioni, appartiene al gioco del relativismo. Eppure noi ci accorgiamo sempre più che la realtà, sia a livello naturale che sociale, è molto meno controllabile di quanto si creda, e soprattutto scopriamo che l’esistenza dell’io è sempre più indebolita nelle sue ragioni. «A farci sentire un’incertezza più orrenda e devastante che in passato», ha scritto il sociologo Zygmunt Bauman, è la percezione che «la nostra impotenza sia incurabile». Tutta la partita dell’esistenza si gioca qui, nella certezza o nell’incertezza riguardo al motivo per cui ciascuno di noi è al mondo.
Il Meeting proverà a raccogliere questa sfida del nostro tempo, riaprendo una partita da molti dichiarata ormai chiusa. E lo farà, come è suo stile, non in virtù di una più scaltra analisi culturale e politica, ma a partire dall’esperienza in atto di persone che non si accontentano di concepire la propria esistenza come destinata al nulla. Uomini e donne che non censurano il peso dell’incertezza né si sottraggono al lavoro che essa esige, ma che la vivono come il segno evidente che non siamo i padroni di noi stessi, ma siamo in rapporto con qualcosa di Altro, che continua a sopraggiungere alla nostra vita.
Prima di ogni calcolo sulle nostre capacità o incapacità, la percezione di fondo del nostro io è quella di una certezza. E non una sicurezza a buon mercato o una garanzia a nostra disposizione, ma una certezza di appartenenza: siamo di qualcuno. Inizialmente noi siamo certi di noi stessi, perché ci viene incontro il volto di nostra madre e ci viene offerto il suo seno. È la prima percezione del vivere, che resta poi come una costante, anche se nascosta o soffocata. Prima di ogni incertezza c’è una certezza: essa è un dato, un incontro, un invito.
Il Meeting cercherà di raccontare e testimoniare questo lavoro dell’io che riparte dall’evidenza di un incontro, di tutti quegli incontri in cui si rende presente in carne ed ossa il significato per cui vale la pena vivere, amare, costruire e anche soffrire. La certezza che cerchiamo non è un’ideologia o una strategia o una convinzione psicologica, ma è quella che ci fa riconoscere ciò che già “siamo”. Non tanto che le cose andranno a posto come pensiamo noi, ma che noi stessi siamo in rapporto con Chi ci fa continuamente.
Per questo l’esistenza, come dice il titolo del Meeting, diventa una certezza: non si tratta infatti di sapere in anticipo quello che accadrà a noi e nel mondo, ma di essere disponibili a farci provocare da ciò che accade, cioè a chiederne il senso e a riconoscerne la ragione. E la certezza è immensa proprio perché non è un nostro prodotto, ma la scoperta di ciò che ci raggiunge e chiede ogni volta di noi. Questa certezza non potrebbe esistere senza la nostra libertà.
E in fondo anche il Meeting è un modo per prendere sul serio l’invito che ci proviene ogni giorno dagli avvenimenti e dagli incontri che accadono: l’invito a rispondere con tutta la nostra attesa, mettendo sempre in gioco la nostra inquietudine.
http://www.meetingrimini.org/?id=1
giovedì 25 agosto 2011
sabato 23 luglio 2011
AVSI EMERGENZA SICCITA' CON AGIRE
45500: un SMS Solidale contro la fame che divora il Corno d’Africa
Emergenza siccità in Africa Orientale. AVSI con AGIRE in prima linea
Domenica 17 luglio il Papa Benedetto XVI ha rotto il silenzio assordante sull’emergenza umanitaria a causa della siccità nel Corno d’Africa. A seguire, il 20 luglio, le Nazioni Unite hanno dichiarato lo stato di carestia.
Si parla di 12 milioni di persone che rischiano la morte per fame e sete soprattutto in Somalia, Kenya, Sud Sudan, Etiopia e Gibuti. Da 2 anni non piove, e la già fragile situazione è collassata.
Per far fronte a questa emergenza AGIRE, l’Agenzia italiana per la risposta alle emergenze a cui AVSI aderisce, ha lanciato un appello con un SMS Solidale per la raccolta fondi: 45500.
Le migliaia di persone in fuga per AVSI sono i volti dei profughi che arrivano a Dadaab, un campo in Kenya dove lavoriamo dal 2009, che accoglie oltre 300.000 somali fuggiti dal loro Paese, in cerca di libertà e ora di cibo, e verso il quale il ritmo degli arrivi ha raggiunto oggi quello di 30.000 persone al mese. Una cifra che, per noi italiani abituati alle emergenze degli sbarchi dell’ordine di qualche migliaio in diversi mesi nelle fasi acute, dovrebbe dire molto.
A Dadaab, 500 km da Nairobi nella savana spettacolare che appare agli occhi dei somali in fuga come un’oasi dove mettersi in salvo, ogni giorno approdano centinaia di persone disperate in fuga dalla fame e dalla morte. Per noi di AVSI dietro questi numeri ci sono persone con un nome, madri coraggiose ma stremate, padri che non riescono a provvedere ai propri figli, bambini che non riusciranno a diventare grandi.
Continuando il nostro compito, raccogliamo l’appello del Papa, insieme ai nostri colleghi che si trovano in Kenya e stanno facendo un lavoro enorme. Chiediamo a tutti voi di sostenerci e aderire con noi alla campagna di AGIRE con l’SMS Solidale 45500 facendo il possibile per diffonderlo a tutti gli amici e conoscenti, istituzioni e imprese. Tramite questo numero si possono donare 2 euro inviando semplicemente un sms dai cellulari Tim, Vodafone, Coopvoce o chiamando da reti fisse Telecom Italia e Teletu.
Iniziative coordinate da AGIRE – Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze all’interno dell’appello EMERGENZA “SICCITA’ IN AFRICA ORIENTALE”. AGIRE è il coordinamento di 12 tra le più importanti organizzazioni non governative che rispondono in maniera congiunta alle gravi emergenze umanitarie. Maggiori informazioni su http://www.agire.it/.
giovedì 30 giugno 2011
Banco Alimentare, con tagli Pead 3 milioni di poveri a rischio in Italia
In Italia 3 milioni di poveri rischiano di rimanere senza cibo e assistenza in seguito alla decisione dell’ Unione europea (Regolamento di esecuzione UE N563/2011 del 10 giugno 2011) di ridurre drasticamente per il 2012 gli aiuti alimentari garantiti dal Pead (Programma Europeo di Aiuto Alimentare) a favore degli indigenti.
“Condividiamo e sosteniamo in pieno la battaglia intrapresa dal Ministro Saverio Romano contro i tagli al Pead” spiega Marco Lucchini, direttore della Fondazione Banco Alimentare Onlus. “La riduzione degli aiuti comunitari avrà drammatiche conseguenze per le persone bisognose che ne usufruiscono sia in Italia che in Europa. In particolare, nel nostro paese, la diminuzione di cinque volte dei beni alimentari erogati rischia di compromettere la tenuta del sistema di welfare. Una vera e propria ‘bomba ad orologeria’ che potrebbe portare a rischiosi conflitti sociali e che solo il Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura europei può disinnescare, evitando che il decreto diventi attuativo immediatamente. É fondamentale che prevalga il buon senso e la lungimiranza, come è stato ribadito dai funzionari dell'AGEA”.
In Italia il programma di aiuto alimentare ai poveri con gravi necessità alimentari è attivo dal 1995 e la collaborazione tra enti caritativi e AGEA (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) ha contribuito allo sviluppo di un concreto sistema di distribuzione che ogni anno fornisce alimenti a più di 3.000.000 di poveri, di cui 1.500.000 assistiti dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus attraverso 8.159 strutture caritative ad essa convenzionate. A queste, solo nel 2010, grazie al Pead sono state distribuite gratuitamente 48.000 tonnellate di cibo che il prossimo anno potrebbero diventare un quinto.
La Fondazione Banco Alimentare Onlus condivide la preoccupazione comune ai 21 Paesi membri della Federazione Europea dei Banchi Alimentari (FEBA) che in Europa aiutano 5 milioni di poveri donandogli 360.000 tonnellate di cibo all’anno, una parte difficilmente sostituibile delle quali arriva proprio dagli aiuti comunitari stanziati attraverso il Pead.
Per ulteriori informazioni: Francesco Lovati 334-6408185
“Condividiamo e sosteniamo in pieno la battaglia intrapresa dal Ministro Saverio Romano contro i tagli al Pead” spiega Marco Lucchini, direttore della Fondazione Banco Alimentare Onlus. “La riduzione degli aiuti comunitari avrà drammatiche conseguenze per le persone bisognose che ne usufruiscono sia in Italia che in Europa. In particolare, nel nostro paese, la diminuzione di cinque volte dei beni alimentari erogati rischia di compromettere la tenuta del sistema di welfare. Una vera e propria ‘bomba ad orologeria’ che potrebbe portare a rischiosi conflitti sociali e che solo il Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura europei può disinnescare, evitando che il decreto diventi attuativo immediatamente. É fondamentale che prevalga il buon senso e la lungimiranza, come è stato ribadito dai funzionari dell'AGEA”.
In Italia il programma di aiuto alimentare ai poveri con gravi necessità alimentari è attivo dal 1995 e la collaborazione tra enti caritativi e AGEA (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) ha contribuito allo sviluppo di un concreto sistema di distribuzione che ogni anno fornisce alimenti a più di 3.000.000 di poveri, di cui 1.500.000 assistiti dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus attraverso 8.159 strutture caritative ad essa convenzionate. A queste, solo nel 2010, grazie al Pead sono state distribuite gratuitamente 48.000 tonnellate di cibo che il prossimo anno potrebbero diventare un quinto.
La Fondazione Banco Alimentare Onlus condivide la preoccupazione comune ai 21 Paesi membri della Federazione Europea dei Banchi Alimentari (FEBA) che in Europa aiutano 5 milioni di poveri donandogli 360.000 tonnellate di cibo all’anno, una parte difficilmente sostituibile delle quali arriva proprio dagli aiuti comunitari stanziati attraverso il Pead.
Per ulteriori informazioni: Francesco Lovati 334-6408185
sabato 25 giugno 2011
Presentazione del libro di Sarubbi su RTP
Dopo la presentazione del libro di Pietro Sarubbi (l'attore interprete di Barabba nel film The Passion di Mel Gibson) dal titolo "da Barabba a Gesù. Convertito da uno sguardo" - tenutosi lo scorso 10 giugno presso il PalaCultura Antonello da Messina - in molti, tra coloro che per vari motivi non sono potuti essere presenti, hanno espresso il desiderio di poterlo vedere in streaming. Ora, grazie a un accordo raggiunto tra Enzo Bonanzinga (in nome dell'Ass. Culturale El Barquino) e la Radio Televisione Peloritana, questo sarà possibile, infatti domani, domenica 26 giugno, alle ore 14,10 c.a. (dopo il TG) la RTP trasmetterà per intero l'incontro con l'attore Pietro Sarubbi intervistato da Pietro Ortega della Fondazione Bonino Pulejo.
Domenica prossima, stesso canale stessa ora, verrà trasmessa la seconda parte dell' intervento di Sarubbi nell'evento oraganizzato dal Comune di Messina.
BUONA VISIONE!
Domenica prossima, stesso canale stessa ora, verrà trasmessa la seconda parte dell' intervento di Sarubbi nell'evento oraganizzato dal Comune di Messina.
BUONA VISIONE!
giovedì 23 giugno 2011
Presentazione libro di Antonio Meli
Incontro-dibattito sul libro di Antonio Meli "Le grandi questioni della filosofia" che si terrà presso il Palazzo della Cultura di Viale Boccetta,
Venerdì 24 Giugno 2011 alle ore 17,30.
Venerdì 24 Giugno 2011 alle ore 17,30.
Il libro sarà presentato dal Prof. Girolamo Cotroneo
già ordinario di Storia della Filosofia della Università di Messina,
modera la dott.ssa Angela Verso
interverrà il prof. Giuseppe Giordano
associato di Storia e Filosofia della Università di Messina
mercoledì 22 giugno 2011
PRONTI A RENDERE RAGIONE DELLA SPERANZA CHE È IN NOI
Come qualsiasi altra circostanza della vita, anche le elezioni amministrative hanno costretto ognuno di noi a prendere posizione e ad assumersi la propria responsabilità. Soprattutto questa volta, non è stato facile andare oltre le apparenze e i luoghi comuni alimentati dal mondo politico e dall’opinione dominante.
Fin dall’inizio ci siamo detti: siamo cristiani e dunque, prima di qualunque calcolo elettorale e prima di sapere quale sarà il risultato finale, vogliamo verificare se la fede ha qualcosa da dire anche in questa occasione − in altre parole, se ha incidenza storica − o se deve rinunciare alla partita, rassegnandosi al ruolo di “cortigiana” di chi conquisterà il potere o di “consolatrice” per chi sarà sconfitto.
Molti hanno accettato la sfida e si sono lanciati nella verifica, concretamente, incontrando la gente nei mercati, davanti alle chiese, nei caseggiati e nei luoghi di studio e di lavoro. E che cosa si è visto?
Un diffuso quanto confuso desiderio di cambiamento, ma anche tanto scetticismo − e non solo a livello della politica −. A volte, una aggressività eclatante ed esagerata. E soprattutto un mare di bisogni e di solitudine. Dove è stato possibile bucare il muro dei pregiudizi e dell’ostilità, quanta umanità ferita e provata dalla vita è emersa, quanta gente sembrava non aspettare altro che qualcuno disposto a starvi di fronte, semplicemente!
Così, queste elezioni sono diventate l’occasione per ascoltare, per rendersi conto di necessità e di drammi inimmaginabili, talvolta per tendere una mano e offrire un aiuto. In qualche situazione è bastato uno scambio di numeri telefonici per risvegliare desiderio e speranza.
Che cosa ha reso possibile tutto questo? Non certo una scaltrezza e una dialettica politica. Ci vuole ben altro per bucare la crosta di cui molti si sono rivestiti per difendersi da una realtà che non soddisfa. Ora, di fronte a un bisogno tanto profondo, può riaffiorare la tentazione dell’utopia: il sogno che la politica − di qualunque colore e tendenza − possa offrire una soluzione magica che elimini il dolore, il male e l’ingiustizia, liberi l’uomo e lo salvi.
Sappiamo bene, tuttavia, quanto è deludente riporre la speranza in una cosa inconsistente come le utopie, che la storia ha puntualmente smentito. Per questo ci siamo ripetuti: «Non aspettiamoci un miracolo, ma un cammino». Perciò abbiamo condiviso con chiunque l’unica cosa reale che abbiamo: una esperienza di novità umana, che si è dimostrata capace di darci una pienezza e una positività in qualunque circostanza ci trovassimo.
Dopo queste elezioni suonano attualissime le parole che don Giussani rivolse a un giovane incontrato in Università Cattolica alla fine degli anni Sessanta, che considerava ormai la rivoluzione l’unico modo per incidere sulla storia:
«Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono felice l’uomo. La forza che fa la storia è un uomo che ha posto la sua dimora tra di noi, Cristo. La riscoperta di questo impedisce la nostra distrazione come uomini, il riconoscimento di questo introduce la nostra vita all’accento della felicità, sia pure intimidita e piena di una reticenza inevitabile. È nell’approfondimento di queste cose che uno incomincia a toccarsi alla mattina le spalle e sentire il proprio corpo più consistente e a guardarsi nello specchio e sentire il proprio volto più consistente, sentire il proprio io più consistente e il proprio cammino tra la gente più consistente, non dipendente dagli sguardi altrui, ma libero, non dipendente dalle reazioni altrui, ma libero, non vittima della logica di potere altrui, ma libero».
Le elezioni ci hanno provocati a una consapevolezza maggiore di quali sono «le forze che muovono la storia» e ad essere meno ingenui sul potere salvifico della politica. Solo la fede rende più umana la vita ora: mette in moto una vibrazione di fronte al bisogno nostro e altrui, scatena una passione per il destino di ogni singolo uomo in cui ci si imbatte, fino ad aprire una possibilità di dialogo con persone indifferenti, deluse o arrabbiate.
E ora? Non desideriamo altro che la libertà − per noi e per tutti − di costruire e di condividere la nostra esperienza con chiunque, a cominciare da coloro che abbiamo incontrato in questi mesi, dai loro bisogni. La politica − chi ha vinto, ma anche chi ha perso − sarà in grado di riconoscere questa novità di vita nel presente e di difenderla come un bene per tutti?
Quando siamo nati abbiamo domandato una sola cosa a chi comandava allora: «Mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare». Allora come oggi, Comunione e Liberazione esiste solo per questo. Chiediamo troppo?
C O M U N I O N E E L I B E R A Z I O N E
Giugno 2011
Fin dall’inizio ci siamo detti: siamo cristiani e dunque, prima di qualunque calcolo elettorale e prima di sapere quale sarà il risultato finale, vogliamo verificare se la fede ha qualcosa da dire anche in questa occasione − in altre parole, se ha incidenza storica − o se deve rinunciare alla partita, rassegnandosi al ruolo di “cortigiana” di chi conquisterà il potere o di “consolatrice” per chi sarà sconfitto.
Molti hanno accettato la sfida e si sono lanciati nella verifica, concretamente, incontrando la gente nei mercati, davanti alle chiese, nei caseggiati e nei luoghi di studio e di lavoro. E che cosa si è visto?
Un diffuso quanto confuso desiderio di cambiamento, ma anche tanto scetticismo − e non solo a livello della politica −. A volte, una aggressività eclatante ed esagerata. E soprattutto un mare di bisogni e di solitudine. Dove è stato possibile bucare il muro dei pregiudizi e dell’ostilità, quanta umanità ferita e provata dalla vita è emersa, quanta gente sembrava non aspettare altro che qualcuno disposto a starvi di fronte, semplicemente!
Così, queste elezioni sono diventate l’occasione per ascoltare, per rendersi conto di necessità e di drammi inimmaginabili, talvolta per tendere una mano e offrire un aiuto. In qualche situazione è bastato uno scambio di numeri telefonici per risvegliare desiderio e speranza.
Che cosa ha reso possibile tutto questo? Non certo una scaltrezza e una dialettica politica. Ci vuole ben altro per bucare la crosta di cui molti si sono rivestiti per difendersi da una realtà che non soddisfa. Ora, di fronte a un bisogno tanto profondo, può riaffiorare la tentazione dell’utopia: il sogno che la politica − di qualunque colore e tendenza − possa offrire una soluzione magica che elimini il dolore, il male e l’ingiustizia, liberi l’uomo e lo salvi.
Sappiamo bene, tuttavia, quanto è deludente riporre la speranza in una cosa inconsistente come le utopie, che la storia ha puntualmente smentito. Per questo ci siamo ripetuti: «Non aspettiamoci un miracolo, ma un cammino». Perciò abbiamo condiviso con chiunque l’unica cosa reale che abbiamo: una esperienza di novità umana, che si è dimostrata capace di darci una pienezza e una positività in qualunque circostanza ci trovassimo.
Dopo queste elezioni suonano attualissime le parole che don Giussani rivolse a un giovane incontrato in Università Cattolica alla fine degli anni Sessanta, che considerava ormai la rivoluzione l’unico modo per incidere sulla storia:
«Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono felice l’uomo. La forza che fa la storia è un uomo che ha posto la sua dimora tra di noi, Cristo. La riscoperta di questo impedisce la nostra distrazione come uomini, il riconoscimento di questo introduce la nostra vita all’accento della felicità, sia pure intimidita e piena di una reticenza inevitabile. È nell’approfondimento di queste cose che uno incomincia a toccarsi alla mattina le spalle e sentire il proprio corpo più consistente e a guardarsi nello specchio e sentire il proprio volto più consistente, sentire il proprio io più consistente e il proprio cammino tra la gente più consistente, non dipendente dagli sguardi altrui, ma libero, non dipendente dalle reazioni altrui, ma libero, non vittima della logica di potere altrui, ma libero».
Le elezioni ci hanno provocati a una consapevolezza maggiore di quali sono «le forze che muovono la storia» e ad essere meno ingenui sul potere salvifico della politica. Solo la fede rende più umana la vita ora: mette in moto una vibrazione di fronte al bisogno nostro e altrui, scatena una passione per il destino di ogni singolo uomo in cui ci si imbatte, fino ad aprire una possibilità di dialogo con persone indifferenti, deluse o arrabbiate.
E ora? Non desideriamo altro che la libertà − per noi e per tutti − di costruire e di condividere la nostra esperienza con chiunque, a cominciare da coloro che abbiamo incontrato in questi mesi, dai loro bisogni. La politica − chi ha vinto, ma anche chi ha perso − sarà in grado di riconoscere questa novità di vita nel presente e di difenderla come un bene per tutti?
Quando siamo nati abbiamo domandato una sola cosa a chi comandava allora: «Mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare». Allora come oggi, Comunione e Liberazione esiste solo per questo. Chiediamo troppo?
C O M U N I O N E E L I B E R A Z I O N E
Giugno 2011
sabato 28 maggio 2011
martedì 24 maggio 2011
REGGIOINCONTRA 2011
Il 4 e 5 giugno si terrà presso il Teatro "Francesco Cilea" di Reggio Calabria la prima edizione della manifestazione culturale REGGIOINCONTRA 2011 che ha come tema "La Bellezza salverà il mondo" (Dostoevskij).
- Un ventaglio di incontri, che vedranno tra i loro protagonisti importanti nomi della cultura come Davide Rondoni, del giornalismo come Luigi Amicone e Davide Perillo e personalità politiche calabresi.
- Spettacoli serali che, attraverso la musica, guideranno il pubblico in un percorso ideale attorno al tema della bellezza.
- La premiazione di un Concorso artistico, organizzato in collaborazione con l’APS “Espero”, rivolto agli allievi delle Scuole Primarie e Secondarie della Provincia di Reggio Calabria.
- Una mostra di architettura sulla Sagrada Familia e sul suo architetto, Antoni Gaudí, realizzata con il patrocinio dell’Ordine degli Architetti di Reggio Calabria, è curata da un gruppo di giovani architetti e di componenti dell’Associazione studentesca “Antoni Gaudí”, operante all’interno dell’Ateneo reggino.
Il programma di REGGIOINCONTRA 2011 sarà:
Sab 4 giugno
h 10.30 - Inaugurazione
h 11.00 - Incontro "Attraverso l'educazione si costruisce la persona, e quindi la società "
h 21.00 - Incontro spettacolo "La bellezza salverà il mondo?"
Dom. 5 giugno
h 11.00 - Incontro presentazione del Meeting di Rimini "E l'esistenza diventa un'immensa certezza"
h 17.30 - Incontro "Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo"
h 21.00 - Spettacolo: Why Not All & Friends
In più, per tutta la durata della manifestazione:
- Mostra su Gaudì e la Sagrada Familia, curata dal CLU di Reggio
- Banchetto libri e Infopoint su CdS Marvelli, AVSI, Meeting
- Esposizione dei disegni vincitori del Concorso artistico rivolto alle scuole elementari e medie della provincia di Reggio Calabria
“La bellezza che ci sostiene è quella che non passa. È quella la cui ricerca mette insieme uomini di ogni epoca e di ogni cultura. È quella bellezza che ferisce il cuore di una ferita tarda a rimarginarsi e difficilmente incline ad accontentarsi di una facile risposta”
REGGIOINCONTRA 2011 DESIDERA ESSERE “UNA FESTA DI POPOLO PER IL POPOLO”
http://www.reggioincontra.com/
- Un ventaglio di incontri, che vedranno tra i loro protagonisti importanti nomi della cultura come Davide Rondoni, del giornalismo come Luigi Amicone e Davide Perillo e personalità politiche calabresi.
- Spettacoli serali che, attraverso la musica, guideranno il pubblico in un percorso ideale attorno al tema della bellezza.
- La premiazione di un Concorso artistico, organizzato in collaborazione con l’APS “Espero”, rivolto agli allievi delle Scuole Primarie e Secondarie della Provincia di Reggio Calabria.
- Una mostra di architettura sulla Sagrada Familia e sul suo architetto, Antoni Gaudí, realizzata con il patrocinio dell’Ordine degli Architetti di Reggio Calabria, è curata da un gruppo di giovani architetti e di componenti dell’Associazione studentesca “Antoni Gaudí”, operante all’interno dell’Ateneo reggino.
Il programma di REGGIOINCONTRA 2011 sarà:
Sab 4 giugno
h 10.30 - Inaugurazione
h 11.00 - Incontro "Attraverso l'educazione si costruisce la persona, e quindi la società "
h 21.00 - Incontro spettacolo "La bellezza salverà il mondo?"
Dom. 5 giugno
h 11.00 - Incontro presentazione del Meeting di Rimini "E l'esistenza diventa un'immensa certezza"
h 17.30 - Incontro "Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo"
h 21.00 - Spettacolo: Why Not All & Friends
In più, per tutta la durata della manifestazione:
- Mostra su Gaudì e la Sagrada Familia, curata dal CLU di Reggio
- Banchetto libri e Infopoint su CdS Marvelli, AVSI, Meeting
- Esposizione dei disegni vincitori del Concorso artistico rivolto alle scuole elementari e medie della provincia di Reggio Calabria
“La bellezza che ci sostiene è quella che non passa. È quella la cui ricerca mette insieme uomini di ogni epoca e di ogni cultura. È quella bellezza che ferisce il cuore di una ferita tarda a rimarginarsi e difficilmente incline ad accontentarsi di una facile risposta”
REGGIOINCONTRA 2011 DESIDERA ESSERE “UNA FESTA DI POPOLO PER IL POPOLO”
http://www.reggioincontra.com/
venerdì 6 maggio 2011
Il profumo dei limoni. Tecnologia e rapporti umani nell’era di Facebook
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
Eugenio Montale, I limoni
Ma che cosa c’entrano i limoni con la tecnologia? Un limone colto dall’albero ha la scorza ruvida. Più curato è l’albero, più ruvida è la scorza. Se la si schiaccia un poco ne esce un olio profumato e d’improvviso la superficie diventa liscia. E poi c’è quel succo asprigno, così buono sulla cotoletta e con le ostriche, nei drink estivi e nel tè caldo! Tatto, olfatto, gusto. Tre dei cinque sensi non possono essere trasmessi attraverso la tecnologia. Tre quinti della realtà, il sessanta per cento.Questo libro è un invito a farci caso.
Le Edizioni Lindau presentano
Il profumo dei limoni
Tecnologia e rapporti umani nell’era di Facebook
di Jonah Lynch
prefazione di Aldo Cazzullo
---------------------------------------------------------------------------Edizioni Lindau Collana «I Draghi» pp. 144 euro 11,00
ISBN 978-88-7180-922-9
prima edizione: maggio 2011
---------------------------------------------------------------------------
DA OGGI IN LIBRERIA
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«Lynch si pone dalla mia parte, dalla parte di tutti noi, con curiosità e apertura. Questa apertura nasce dalla sua esperienza poliedrica: nato in una comune di hippies, una laurea in fisica, un master in pedagogia, sacerdote. In lui è evidente il desiderio di conoscere la realtà nella sua interezza, dalle frontiere della scienza alla filosofia, dall’iMac ultimo modello fino all’educazione. Non è un reazionario nostalgico del passato, né un rivoluzionario ingenuo che crede di poter sconfiggere il male con un colpo di spugna. È un uomo che vuole difendere il nuovo dalla superficialità. Vuole imparare a salvaguardare tutto ciò che trova di bene nella sua esperienza, passata e presente.
In molti passi del libro, si ha la netta percezione che per Lynch ciò che è reale, ciò che è vero, è anche molto bello. Egli preferisce il reale alle maschere con cui tutti ci schermiamo dalle ferite, non per un eroismo filosofico, ma perché è convinto che gli conviene. Guarda in faccia le dinamiche della vita, le scoperte della neuroscienza, l’esito delle tecniche pedagogiche, e le pieghe dei rapporti umani, per scoprire come meglio vivere.
Sono pagine stranamente laiche. Uno si aspetta da un sacerdote, prima o poi, un fervorino. E infatti c’è negli ultimi due capitoli, ma le considerazioni che nascono dalla fede non sono essenziali al ragionamento. È evidente che per Lynch la fede è ciò che permette di guardare il mondo senza paura, ma non ha sostituito la sua ragione.»
dalla prefazione di Aldo Cazzullo
Le nuove tecnologie hanno cambiato il mondo... e i rapporti sociali, familiari e di amicizia. Migliorandoli? Gli adolescenti di oggi quanto sono diversi da quelli di ieri? Jonah Lynch fa parte della generazione che ha vissuto in pieno la nascita della rivoluzione informatica, è un educatore e si pone delle domande. Come stiamo usando il nostro tempo? Cosa possiamo fare per usare al meglio le nuove tecnologie? E come affrontare i problemi che queste sollevano?
Il tema è affascinante, "moderno" e di sicuro interesse; trattato in modo approfondito, originale e inaspettato.
Nella prima parte del volume, l'Autore riflette su alcuni degli aspetti più importanti delle nuove tecnologie, con uno sguardo anche a studi neurologici. Nella seconda parte la riflessione verte sulla mediazione tecnologica dei rapporti umani. Nel bene e nel male. La terza parte affronta gli aspetti più educativi e la domanda più "tecnologica", cosa dobbiamo fare? Anche, e soprattutto, con le nuove tecnologie, dobbiamo e vogliamo imparare la libertà.
L'AUTORE
Jonah Lynch (1978), è sacerdote dal 2006. Dopo essersi laureato in Fisica alla McGill University a Montréal, entra in seminario. Ha studiato filosofia e teologia all’Università Lateranense e ha ottenuto un Master in Education presso la George Washington University. Scrive su temi di musica e teologia per l’edizione statunitense di «Communio». In Italia ha pubblicato due libri (Aspettare insieme, Marietti 2008, e Padre sposo amico, Effatà 2004) e ha curato quattro video documentari, tra cui Across the Wall (Journeyman Pictures 2010). Vive a Roma ed è vicerettore del seminario della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo.
DAL LIBRO
Ho cominciato presto a vivere il fascino della tecnologia. Mio zio mi ha regalato un pc quando avevo solo 7 anni – era un meraviglioso TI 99/4A. Come tanti di quei primi pc, si attaccava al televisore per usarne lo schermo, e usava un normale registratore di cassette come disco. Da quell’anno, il 1985, ho programmato in BASIC, poi al liceo ho imparato C++ e Pascal; all’università FORTRAN e Java. Mi piaceva giocare con la grafica, e in particolare i frattali mi affascinavano per il legame tra matematica, potenti macchine di calcolo, e la bellezza sorprendente dei disegni che ne uscivano.
Sono stato il primo al liceo ad avere un modem: già nel 1991 bazzicavo sui «bulletin board» locali, dove chattavo di cose che mi interessavano con persone che non ho mai visto. Poi nel 1994 sono arrivati il primo indirizzo email (come tutti i «nerd», ho scelto il nome di un oscuro personaggio shakespeariano come username) e i primi tour su Internet per cercare software nelle directory FTP e per chattare con persone sempre più lontane su Internet Relay Chat. Esisteva già il Web, ma non lo avevo mai usato. L’avrei scoperto solo nel 1996 all’università. Ma in chat ho incontrato un ragazzo mio coetaneo, un finlandese che scriveva bene l’inglese, con interessi filosofici, e ho passato qualche mese a scambiare lettere quasi quotidiane con lui: l’esistenza di Dio, il bene e il male, l’arte… Ogni tanto mi torna in mente quello scambio. Sfortunatamente non ho salvato i messaggi e non ricordo il nome impronunciabile del mio amico virtuale, per cercarlo su Facebook. Durante l’ultimo anno di liceo ho anche seguito un corso, Introduzione alla Filosofia, offerto dall’università locale tramite email! Anche in quel caso, non ho mai conosciuto il professore se non attraverso i messaggi.
Come si capisce dal tema del corso e dell’epistolario perduto, ho conosciuto anche un’altra fascinazione oltre a quella tecnologica: quella della vita dello spirito, la vita intellettuale. Essa mi ha portato in un primo momento verso la filosofia, poi alla fede cattolica, e infine in seminario.
Per molti anni ho vissuto senza un computer. Dopo la mia giovinezza tutta tecnologica, durante gli anni dell’università e i primi anni di seminario, non possedevo un computer mio. Un portatile costava troppo e poi non ne avevo veramente bisogno. Certo, usavo compulsivamente quelli del laboratorio di informatica per vedere se qualche amico mi aveva scritto, e per fare i compiti…
Ma nel 2002, quando ero in seminario già da due anni, me ne è tornata la voglia. Vedevo tutti i miei compagni che cominciavano ad avere dei portatili bellissimi, in grado di fare cose meravigliose, con quegli schermi lucidi e attraenti. Per Natale, ho chiesto ai miei genitori di comprarmi un Toshiba, non ultimissimo modello ma comunque di buona qualità. Era molto pesante e molto grande, ma era bello ed era mio. Subito mi sono messo a scaricare di tutto.
Ogni sera scaricavo il pdf del giornale del giorno successivo, per leggerlo in macchina andando a scuola. Era un iPad ante litteram, due chili e mezzo di vetro e acciaio con cui ascoltare Mozart mentre leggevo il giornale alle 7 di mattina sulla terza corsia dell’autostrada. Ottimizzare i tempi! «No waste motions!», «Non fare movimenti inutili», come diceva quel tale nel lavoro teatrale che abbiamo allestito al liceo, un padre di famiglia che mette un grammofono con dischi educativi fuori dalla porta del gabinetto affinché anche quei momenti intimi servissero all’edificazione dei figli.
Poi all’università prendevo appunti: certamente è più facile copiarli, condividerli e cercare la parola chiave se i testi sono in formato elettronico. Sono veloce a battere a macchina: come tanti piccoli americani, ho imparato in tenera età a non guardare le dita e a scrivere in fretta. Nonostante ciò, è difficile stare dietro a un prof che spiega. Qualcuno va piano, ma la maggior parte dice troppe cose perché si possa trascrivere tutto. Lo sapevo già – nei quaderni di appunti non scrivevo tutto – ma sul computer mi era più difficile essere sintetico. E poi certe idee erano più facili da trascrivere con frecce e disegni su una pagina bianca… Mi sono sforzato per qualche settimana, poi ho lasciato il portatile a casa e sono tornato alla carta.
Continuavo comunque a passare molto tempo con la mia nuova macchina: c’erano tanti dischi da copiare o convertire in mp3, spazi immensi su Internet in cui curiosare, programmi da cercare che mi avrebbero fatto risparmiare tanto tempo, anche se sommando il tempo speso per cercarli e vagliarli, non so se l’ho davvero guadagnato. Essendo una macchina che girava con Windows, ogni tre o quattro mesi occorreva formattare il disco, reinstallare tutto, e ripartire. La prima volta è stata divertente, come la pulizia del garage da bambino. La seconda volta meno. E poi i virus, lo spyware, gli aggiornamenti, le licenze da craccare: trovavo la mia vita invasa da nuove curiosità, piccole battaglie da combattere e opere di manutenzione obbligatorie per il buon funzionamento della macchina. Cresceva in me il desiderio di uno strumento migliore, magari meno flessibile, ma anche meno accessibile agli attacchi. Allora ho letto tutti i forum disponibili, e mi sono convinto che i Macintosh erano migliori. Sei mesi di giri sui siti, di decisioni, ripensamenti, decisioni, dubbi, e infine la certezza: iMac, sei bellissimo!
O mio Macintosh! Mio iMac! Come ho apprezzato la tua semplicità elegante, la tua ossequiosa velocità! Nuovo computer, nuova vita. Poiché ero ancora studente, quelli della Apple mi hanno regalato un iPod gratis con il computer. L’ho caricato di miliardi di byte di musica, e sono uscito in bici. All’inizio andava tutto bene. Con la musica tranquilla, andare in bicicletta era come volare. Poi l’effetto «colonna sonora» mi ha esaltato un po’ troppo e ho fatto delle manovre tra gli autobus e le macchine che avrebbero potuto costarmi la pelle. Ho tolto l’iPod, tremando, e non l’ho più messo per andare in bici.
Lavoravo molto con il computer. Dovevo scrivere decine di pagine di report ogni settimana per l’università, oltre a preparare le lezioni per il liceo dove insegnavo fisica. E per di più c’era la serie televisiva «24» alla televisione il lunedì sera! Da non perdere: dopo un solo episodio in compagnia di Jack Bauer, ero drogato. Non potevo più farne a meno. Tutto bene fino al giorno in cui un amico mi ha dato tutte le stagioni precedenti di «24» in dvd! Un disco, tre episodi, 120 minuti complessivi. Quanti dischi? Sette, forse otto per stagione. Quattro stagioni, che ho visto interamente. Guardavo gli episodi mentre studiavo, in una finestra dello schermo del computer. Era divertente poter saltare le brutte scene con la figlia di Jack, una noiosissima ragazza che si lamentava sempre. Ma nel saltare fra il video, il libro da leggere e il testo da scrivere, rispondere al telefono e guardare l’email ogni volta che la pallina rossa indicava un nuovo messaggio, stavo perdendo qualcosa.
Me ne sono accorto nell’ora di silenzio che noi sacerdoti della Fraternità San Carlo osserviamo ogni giorno. In essa troviamo l’àncora della nostra vita. Il silenzio è una necessità grave, un obbligo davanti a Dio. Leggendo il breviario, trovavo che gli occhi volavano veloci sulle parole, spesso senza ricordare nulla un minuto dopo. Leggevo i testi della Bibbia come leggevo i libri scolastici, come leggevo il sito del «New York Times» o il «Corriere», come guardavo «24». Restavo in superficie, cercando le parole più utili o le scene più emozionanti. Ogni pausa, ogni respiro, ogni congiunzione, li sentivo come un vuoto da eliminare. Stavo perdendo la capacità di contemplare, di leggere profondamente, di commuovermi per le sfumature. Stavo perdendo la percezione del tempo come un’esperienza positiva. Mi sembrava solo un ostacolo al correre sempre più veloce, più veloce che potevo. Stavo perdendo molto.
L’anno successivo il mio superiore mi ha chiesto di aiutarlo come vice-rettore del seminario. Da quel momento, ho guardato con crescente interesse le stesse dinamiche che vivevo io nei ragazzi che dovevo educare. A furia di insegnare loro il silenzio («Leggi piano, poche pagine. Quando qualcosa ti colpisce, fermati. Contempla») mi sono trovato a riflettere sul mio modo di pregare. Notavo che alcuni guardavano dei film in camera sui loro portatili, cosa non permessa dalle nostre regole di vita – ma era la stessa mia ossessione di appena un anno prima. Altri mantenevano i rapporti con i propri familiari via sms e telefono, ma avevano relazioni deboli con i compagni. Qualcuno scriveva email fiume, e non riusciva a finire i compiti per la data indicata.
Mi riconoscevo in tutti questi atteggiamenti: ciò che avviene sul computer è quasi sempre più attraente di un libro, qualunque esso sia. E l’email sembra sempre più urgente di qualunque altra cosa, tant’è che si controlla la posta più volte al giorno. È come quell’ansia fortissima che provavo da adolescente, quando passava il postino: avrebbe portato una lettera inviata da Lei? Qualche volta sì, qualche volta no. Poi il postino se ne andava. Soltanto il giorno dopo ero tentato di ritornare davanti alla finestra. Adesso attendo messaggi molto più banali con una fretta altrettanto parossistica. Perdo ancora molto tempo a chiudere e riaprire il programma di mail mentre avrei altro da fare.
Ora però ho anche una responsabilità educativa. Questo mi ha aiutato a uscire dal letargo in cui stavo cadendo, per affrontare i miei problemi e riflettere seriamente su quelli che vedevo nei seminaristi.
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