In una società sempre più smarrita e confusa, dove il desiderio di felicità innato in ogni uomo si appiattisce mentre crescono l’indifferenza e il cinismo, si gioca la sfida sulla credibilità del cristianesimo. La sfida di ridestare l’umano, di testimoniare la pertinenza della fede con tutte le dimensioni della vita, la sua capacità di rispondere alla domanda di senso che abita nel cuore di ogni persona.
Con questa sfida don Giussani si cimentò a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, e 'Il senso religioso' è il libro (tradotto in 19 lingue) che documenta questo percorso. Dopo più di mezzo secolo Julián Carrón, che gli è succeduto alla guida di Comunione e Liberazione, lo ripropone come strumento di educazione alla fede: per tutto il 2011 sarà il testo della 'scuola di comunità', la catechesi popolare proposta a tutti gli aderenti al movimento e realizzata nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro e persino in carcere (vedere qui sotto). L’altra sera ne ha presentato i contenuti parlando davanti a 8mila persone che gremivano il Palasharp di Milano, mentre altre 50mila lo seguivano in diretta via satellite collegate con sale dislocate in oltre 180 città italiane: è la prima volta in Italia che un libro viene presentato con questa modalità.
A fianco del tavolo da cui Carrón parla, campeggia un’enorme scritta: «Vivere intensamente il reale». È uno dei leit-motiv di Giussani, che ha sempre scommesso sulla capacità del cristianesimo di permeare ogni aspetto dell’esistenza e di rendere pienamente umana la vita. La fede è capace di ridestare l’io e di mantenerlo nella posizione giusta per affrontare tutta l’esistenza, con le sue prove e la sua problematicità. Il senso religioso – l’aspirazione che muove ciascuno a conoscere il senso delle cose e ad aprirsi a un 'oltre' che la ragione riesce solo a intuire – trova compimento nell’incontro con Cristo e ne viene continuamente alimentato: non ne è soltanto la premessa, ma lo strumento per verificarlo. Soltanto una rivisitazione del senso religioso con gli occhi della fede permette all’uomo di tenere desto il desiderio, di non ridurlo o di non dimenticarlo.
«Il motivo per cui tanti abbandonano il cristianesimo – argomenta – è che non lo trovano umanamente conveniente, e così la mentalità dominante può allargare sempre più la sua influenza, trovando l’uomo sempre più disarmato». La vita può cambiare solo davanti a testimoni credibili, che fanno riscoprire la 'convenienza' dell’esperienza cristiana: è decisiva la categoria dell’incontro, proprio come accadde all’inizio, quando Andrea e Giovanni si imbatterono nell’umanità di Gesù e da quella umanità rimasero indelebilmente segnati. Ma se questa dinamica non si rigenera continuamente, si rischia di cadere nel formalismo, nella ripetitività di gesti e riti, nel sonno di una fede divenuta stanca, nella scontatezza di un’appartenenza religiosa che alla lunga non regge il confronto con il mondo. «Possiamo continuare ad affermare le verità della fede ma non essere protagonisti della storia, poiché in noi non vi è nessuna diversità rilevabile, come ha detto Benedetto XVI: ’Il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà».
L’emergenza educativa è uno degli aspetti più evidenti della crisi di senso che stiamo attraversando, come testimonia la Chiesa italiana che l’ha messa a tema in questo decennio di attività pastorale. Riguarda i giovani ma anche gli adulti, e rimanda alla necessità di maestri a cui guardare, da cui imparare, a cui alimentarsi. Solo acquisendo una capacità di conoscere la realtà e di giudicarla, le giovani generazioni possono superare lo smarrimento e la confusione e scegliere la strada per il compimento della loro umanità. Nell’incontro col Mistero diventato un fatto umano, carnale, può iniziare il cambiamento. In questa prospettiva, Carrón cita il retore romano Mario Vittorino («Quando ho incontrato Cristo, mi sono scoperto uomo») e sant’Agostino («Chi conosce Te, conosce sé»). La sfida per i cristiani è testimoniare Gesù come qualcosa di contemporaneo, non riducibile a una teoria o a una serie di norme etiche da rispettare, ma come affascinante compagno della vita quotidiana. Per tenere desta questa consapevolezza è necessario un lavoro permanente: è quello proposto per l’appunto dalla scuola di comunità, lo strumento di educazione alla fede proposto da Comunione e liberazione in tutto il mondo. Perché ogni uomo possa «vivere intensamente il reale».
«Avvenire» del 28.01.11
domenica 30 gennaio 2011
domenica 23 gennaio 2011
Presentazione del libro di don Giussani "Il senso religioso"
con don Julián Carrón a Milano e in diretta video con 180 città italiane,
a Messina presso il teatro Annibale Maria di Francia
________________________________________
Comunione e Liberazione e l’editore Rizzoli organizzano per mercoledì 26 gennaio 2011, alle ore 21.30, presso il Palasharp di Milano, la presentazione del libro di don Luigi Giussani (1922−2005) Il senso religioso, in occasione della nuova ristampa Rizzoli.
Interviene don Julián Carrón, Presidente della Fraternità di CL.
L’evento verrà seguito in diretta video anche a Messina, presso il teatro Annibale Maria di Francia, con ingresso gratuito a partire dalle ore 21:00 sino ad esaurimento posti.
È la prima volta che la presentazione di un libro avviene in contemporanea in tutta Italia. Saranno, infatti, oltre 180 le città che potranno seguire in diretta via satellite la presentazione milanese di don Carrón. Tradotto in 19 lingue, Il senso religioso è il libro più noto di don Giussani, che a partire dalla prima edizione del 1957 è stato dall’Autore arricchito nel corso delle successive ristampe, fino all’edizione attuale della Rizzoli.
Il senso religioso rappresenta il primo dei tre volumi del “PerCorso”, che comprende All’origine della pretesa cristiana e Perché la Chiesa. In essi don Giussani ha messo a frutto un’intera esistenza spesa a mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita, in un impegno educativo che ha formato migliaia di persone in tutto il mondo, e il cui carisma continua a incontrare e a coinvolgere tanti attraverso l’esperienza di Comunione e Liberazione.
«La formula dell’itinerario al significato ultimo della realtà qual è? Vivere il reale.
L’esperienza di quella implicazione nascosta, di quella presenza arcana, misteriosa dentro l’occhio che si spalanca sulle cose, dentro l’attrattiva che le cose risvegliano, […] come potrà essere vivida, questa complessa e pur semplice esperienza, questa esperienza ricchissima di cui è costituito il cuore dell’uomo, che è il cuore dell’uomo e perciò il cuore della natura, il cuore del cosmo? Come potrà essa diventare potente? Nell’impatto con il reale. L’unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale. La formula dell’itinerario al significato della realtà è quella di vivere il reale senza preclusioni, cioè senza rinnegare e dimenticare nulla. Non sarebbe infatti umano, cioè ragionevole, considerare l’esperienza limitatamente alla sua superficie, alla cresta della sua onda, senza scendere nel profondo del suo moto» (da Il senso religioso).
Associazione Culturale “Don Giuseppe Riggi”
Messina, 22/01/2011
a Messina presso il teatro Annibale Maria di Francia
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Comunione e Liberazione e l’editore Rizzoli organizzano per mercoledì 26 gennaio 2011, alle ore 21.30, presso il Palasharp di Milano, la presentazione del libro di don Luigi Giussani (1922−2005) Il senso religioso, in occasione della nuova ristampa Rizzoli.
Interviene don Julián Carrón, Presidente della Fraternità di CL.
L’evento verrà seguito in diretta video anche a Messina, presso il teatro Annibale Maria di Francia, con ingresso gratuito a partire dalle ore 21:00 sino ad esaurimento posti.
È la prima volta che la presentazione di un libro avviene in contemporanea in tutta Italia. Saranno, infatti, oltre 180 le città che potranno seguire in diretta via satellite la presentazione milanese di don Carrón. Tradotto in 19 lingue, Il senso religioso è il libro più noto di don Giussani, che a partire dalla prima edizione del 1957 è stato dall’Autore arricchito nel corso delle successive ristampe, fino all’edizione attuale della Rizzoli.
Il senso religioso rappresenta il primo dei tre volumi del “PerCorso”, che comprende All’origine della pretesa cristiana e Perché la Chiesa. In essi don Giussani ha messo a frutto un’intera esistenza spesa a mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita, in un impegno educativo che ha formato migliaia di persone in tutto il mondo, e il cui carisma continua a incontrare e a coinvolgere tanti attraverso l’esperienza di Comunione e Liberazione.
«La formula dell’itinerario al significato ultimo della realtà qual è? Vivere il reale.
L’esperienza di quella implicazione nascosta, di quella presenza arcana, misteriosa dentro l’occhio che si spalanca sulle cose, dentro l’attrattiva che le cose risvegliano, […] come potrà essere vivida, questa complessa e pur semplice esperienza, questa esperienza ricchissima di cui è costituito il cuore dell’uomo, che è il cuore dell’uomo e perciò il cuore della natura, il cuore del cosmo? Come potrà essa diventare potente? Nell’impatto con il reale. L’unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale. La formula dell’itinerario al significato della realtà è quella di vivere il reale senza preclusioni, cioè senza rinnegare e dimenticare nulla. Non sarebbe infatti umano, cioè ragionevole, considerare l’esperienza limitatamente alla sua superficie, alla cresta della sua onda, senza scendere nel profondo del suo moto» (da Il senso religioso).
Associazione Culturale “Don Giuseppe Riggi”
Messina, 22/01/2011
venerdì 21 gennaio 2011
mercoledì 22 dicembre 2010
giovedì 16 dicembre 2010
Campagna Tende AVSI 2010-11
La campagna tende 2010-11 cade in un anno in cui, nella complessità della crisi globale è successo il terremoto di Haiti. Migliala di persone - commosse dai racconti di Fiammetta Cappellini - hanno preso miriadi di iniziative personali e non, per sostenere concretamente il lavoro in corso ad Haiti. La grande occasione della prossima campagna è che ogni persona che "ha fatto la differenza" in contesti diversi, possa riproporre la carità come condizione necessaria della vita.
La proposta
Le ultime tre campagne hanno avuto come titoli:
• 2007: "Vicky, storie dell'altro mondo in questo mondo"
• 2008: "Lo Sviluppo ha un volto"
• 2009: "Crisi e sviluppo: la persona fa la differenza"
Tre anni fa è stato messo al centro della campagna il soggetto: Vicky, cioè un volto preciso, poi - due anni fa - è stato specificato che "lo sviluppo ha un volto", lo scorso anno è stato sottolineato che se il soggetto è animato da un incontro può fare la differenza, in qualsiasi contesto o situazione.
Titolo 2010: Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo
Cos'è questo sguardo? Dove la persona si può ritrovare? La persona ritrova se stessa imbattendosi in una presenza che sprigiona un'attrattiva, che provoca e "sconvolge" per una corrispondenza alla vita secondo la totalità delle sue dimensioni.
Vedi anche J.Carron "L'attrattiva vincente" (Rimini, 26 marzo 2005)
I Progetti del 2010:
1. America Latina - Caraibi - Haiti: Avvio di un centro educativo.
2. America Latina - Cile: Scuola Santa Teresa de Los Andes.
3. Africa - Kenya: Sostegno alla Scuola Secondaria Cardinal Maurice Otunga.
4. Africa - Sud Sudan: La St. Mary University di Juba.
5. Medio Oriente - Libano: Riqualificazione del sistema irriguo della Piana di Marjayoun.
6. Sostegno a distanza: Investire su una generazione, scuola secondaria e professionale (Uganda e Kenya).
AVSI - http://www.avsi.org/
Per donazioni e versamenti
Conto corrente intestato ad AVSI - Banca Popolare di Milano
Agenzia 026 - Piazza Duca D'Aosta, 8/2 - Milano
IBAN IT 61 C0558401626000000019000
La proposta
Le ultime tre campagne hanno avuto come titoli:
• 2007: "Vicky, storie dell'altro mondo in questo mondo"
• 2008: "Lo Sviluppo ha un volto"
• 2009: "Crisi e sviluppo: la persona fa la differenza"
Tre anni fa è stato messo al centro della campagna il soggetto: Vicky, cioè un volto preciso, poi - due anni fa - è stato specificato che "lo sviluppo ha un volto", lo scorso anno è stato sottolineato che se il soggetto è animato da un incontro può fare la differenza, in qualsiasi contesto o situazione.
Titolo 2010: Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo
Cos'è questo sguardo? Dove la persona si può ritrovare? La persona ritrova se stessa imbattendosi in una presenza che sprigiona un'attrattiva, che provoca e "sconvolge" per una corrispondenza alla vita secondo la totalità delle sue dimensioni.
Vedi anche J.Carron "L'attrattiva vincente" (Rimini, 26 marzo 2005)
I Progetti del 2010:
1. America Latina - Caraibi - Haiti: Avvio di un centro educativo.
2. America Latina - Cile: Scuola Santa Teresa de Los Andes.
3. Africa - Kenya: Sostegno alla Scuola Secondaria Cardinal Maurice Otunga.
4. Africa - Sud Sudan: La St. Mary University di Juba.
5. Medio Oriente - Libano: Riqualificazione del sistema irriguo della Piana di Marjayoun.
6. Sostegno a distanza: Investire su una generazione, scuola secondaria e professionale (Uganda e Kenya).
AVSI - http://www.avsi.org/
Per donazioni e versamenti
Conto corrente intestato ad AVSI - Banca Popolare di Milano
Agenzia 026 - Piazza Duca D'Aosta, 8/2 - Milano
IBAN IT 61 C0558401626000000019000
La nostra Origine
Ogni anno sosteniamo due gesti di carità che sono di grande portata:
• la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, che si è tenuta sabato 27 novembre, organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare;
• la Campagna Tende di Avsi, che quest'anno avrà come titolo "Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo" a sostegno di progetti, soprattutto educativi, di aiuto in America Latina (Haiti e Cile), Africa (Kenya, Sud Sudan e Uganda) e Libano.
Sono due occasioni stupende per testimoniare quello che abbiamo di più caro, condividendo il bisogno di tanta gente.
Sono molte le persone che incontriamo che rispondono spontaneamente a questo gesto e che si coinvolgono con noi per un impeto di generosità e di gratuità.
Stando insieme durante la Giornata della Colletta o durante le iniziative della Campagna Tende possiamo testimoniare l'Origine, la ragione profonda di questi gesti che ci educano alla carità molto più di mille discorsi.
Senza la consapevolezza dell'Origine, con quello che abbiamo visto nella Scuola di comunità sulla carità, questi gesti perdono tutta la loro portata, cioè comunicare lo sguardo che serve per vivere.
Non si tratta di appiccicare una etichetta al gesto, di appiccicare Gesù: nel modo con cui noi viviamo questi gestì possiamo testimoniare l'Origine e aiutare gli altri a cogliere l'Origine di quello che facciamo.
Noi non vogliamo fare qualcosa che non lasci traccia, ma che possa servire alla persona che lo fa per un di più, perché sappiamo che la persona ha bisogno di qualcosa di più di un atto di generosità (che pure è prezioso).
Attraverso la Colletta e le Tende possiamo introdurre a qualcosa d'altro: che il bisogno è più grande e che noi siamo lì per la gratitudine di aver trovato la risposta a questo bisogno.
Noi saremo lì per questo, non per riempire il vuoto con un gesto generoso, ma per gratitudine per quello che abbiamo incontrato.
• la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, che si è tenuta sabato 27 novembre, organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare;
• la Campagna Tende di Avsi, che quest'anno avrà come titolo "Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo" a sostegno di progetti, soprattutto educativi, di aiuto in America Latina (Haiti e Cile), Africa (Kenya, Sud Sudan e Uganda) e Libano.
Sono due occasioni stupende per testimoniare quello che abbiamo di più caro, condividendo il bisogno di tanta gente.
Sono molte le persone che incontriamo che rispondono spontaneamente a questo gesto e che si coinvolgono con noi per un impeto di generosità e di gratuità.
Stando insieme durante la Giornata della Colletta o durante le iniziative della Campagna Tende possiamo testimoniare l'Origine, la ragione profonda di questi gesti che ci educano alla carità molto più di mille discorsi.
Senza la consapevolezza dell'Origine, con quello che abbiamo visto nella Scuola di comunità sulla carità, questi gesti perdono tutta la loro portata, cioè comunicare lo sguardo che serve per vivere.
Non si tratta di appiccicare una etichetta al gesto, di appiccicare Gesù: nel modo con cui noi viviamo questi gestì possiamo testimoniare l'Origine e aiutare gli altri a cogliere l'Origine di quello che facciamo.
Noi non vogliamo fare qualcosa che non lasci traccia, ma che possa servire alla persona che lo fa per un di più, perché sappiamo che la persona ha bisogno di qualcosa di più di un atto di generosità (che pure è prezioso).
Attraverso la Colletta e le Tende possiamo introdurre a qualcosa d'altro: che il bisogno è più grande e che noi siamo lì per la gratitudine di aver trovato la risposta a questo bisogno.
Noi saremo lì per questo, non per riempire il vuoto con un gesto generoso, ma per gratitudine per quello che abbiamo incontrato.
domenica 12 dicembre 2010
Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo
Crisi sociale, economica e politica. Alla fine di questo 2010 tutti siamo presi dallo sconcerto. Come ha detto di recente il cardinale Bagnasco, «siamo angustiati per l’Italia che scorgiamo come inceppata nei suoi meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato». Perché questa crisi ci trova così disarmati, al punto che non riusciamo neanche a metterci d’accordo per affrontarla, pur sentendone l’urgenza come non mai?
A sorpresa il Rapporto Censis 2010 ha individuato la natura della crisi in un «calo del desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della vita. Abbiamo meno voglia di costruire, di crescere, di cercare la felicità. A questo fatto andrebbe attribuita la responsabilità delle «evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro». Come mai, se siamo stati in grado di raggiungere importanti obiettivi nel passato (casa, lavoro, sviluppo...), adesso «siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto» e a un ciclo storico pieno di interesse e voglia di fare ne segue un altro segnato dal suo annullamento?
Tutto questo ci mostra che la crisi è sì sociale, economica e politica, ma è soprattutto antropologica perché riguarda la concezione stessa della persona, della natura del suo desiderio, del suo rapporto con la realtà. Ci eravamo illusi che il desiderio si sarebbe mantenuto in vita da solo o addirittura che sarebbe stato più vivo nella nuova situazione di benessere raggiunto. L’esperienza ci mostra, invece, che il desiderio può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze. Ci ritroviamo così tutti «sazi e disperati». «Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano», come disse don Giussani ad Assago nel 1987. Venticinque anni dopo vediamo che entrambe queste risposte - volontarismo individualista e speranza statalista - non sono state in grado di darci la consistenza auspicata e ci troviamo ad affrontare la crisi più disarmati, più fragili che in passato. Paradossalmente, i nostri nonni e genitori erano umanamente meglio attrezzati per affrontare simili sfide.
Il Censis centra di nuovo il bersaglio quando identifica la vera urgenza di questo momento storico: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita». Ma chi o che cosa può ridestare il desiderio? È questo il problema culturale della nostra epoca. Con esso sono costretti a misurarsi tutti coloro che hanno qualcosa da dire per uscire dalla crisi: partiti, associazioni, sindacati, insegnanti. Non basterà più una risposta ideologica, perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento. Saremo perciò costretti a testimoniare un’esperienza.
Anche la Chiesa, il cui contributo non potrà limitarsi a offrire un riparo assistenziale per le mancanze altrui, dovrà mostrare l’autenticità della sua pretesa di avere qualcosa in più da offrire. Come ha ricordato Benedetto XVI, «il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». Dovrà mostrare che Cristo è così presente da essere in grado di ridestare la persona - e quindi tutto il suo desiderio - fino al punto di non farla dipendere totalmente dalle congiunture storiche. Come? Attraverso la presenza di persone che documentano un’umanità diversa in tutti i campi della vita sociale: scuola e università, lavoro e imprenditoria, fino alla politica e all’impegno nelle istituzioni. Persone che non si sentono condannate alla delusione e allo sconcerto, ma vivono all’altezza dei loro desideri perché riconoscono presente la risposta.
Possiamo sperare di uscire dalla drammatica situazione attuale se tutti - compresi i governanti che oggi hanno la difficile responsabilità di guidare il Paese attraverso questa profonda crisi - decidiamo di essere veramente ragionevoli sottomettendo la ragione all’esperienza, se cioè, liberandoci da ogni presunzione ideologica, siamo disponibili a riconoscere qualcosa che nella realtà già funziona. Sostenere chi, nella vita sociale e politica, non si è rassegnato a una misura ridotta del proprio desiderio e per questo lavora e costruisce mosso da una passione per l’uomo, è il primo contributo che possiamo dare al bene di tutti.
Comunione e Liberazione, 10 dicembre 2010
A sorpresa il Rapporto Censis 2010 ha individuato la natura della crisi in un «calo del desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della vita. Abbiamo meno voglia di costruire, di crescere, di cercare la felicità. A questo fatto andrebbe attribuita la responsabilità delle «evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro». Come mai, se siamo stati in grado di raggiungere importanti obiettivi nel passato (casa, lavoro, sviluppo...), adesso «siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto» e a un ciclo storico pieno di interesse e voglia di fare ne segue un altro segnato dal suo annullamento?
Tutto questo ci mostra che la crisi è sì sociale, economica e politica, ma è soprattutto antropologica perché riguarda la concezione stessa della persona, della natura del suo desiderio, del suo rapporto con la realtà. Ci eravamo illusi che il desiderio si sarebbe mantenuto in vita da solo o addirittura che sarebbe stato più vivo nella nuova situazione di benessere raggiunto. L’esperienza ci mostra, invece, che il desiderio può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze. Ci ritroviamo così tutti «sazi e disperati». «Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano», come disse don Giussani ad Assago nel 1987. Venticinque anni dopo vediamo che entrambe queste risposte - volontarismo individualista e speranza statalista - non sono state in grado di darci la consistenza auspicata e ci troviamo ad affrontare la crisi più disarmati, più fragili che in passato. Paradossalmente, i nostri nonni e genitori erano umanamente meglio attrezzati per affrontare simili sfide.
Il Censis centra di nuovo il bersaglio quando identifica la vera urgenza di questo momento storico: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita». Ma chi o che cosa può ridestare il desiderio? È questo il problema culturale della nostra epoca. Con esso sono costretti a misurarsi tutti coloro che hanno qualcosa da dire per uscire dalla crisi: partiti, associazioni, sindacati, insegnanti. Non basterà più una risposta ideologica, perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento. Saremo perciò costretti a testimoniare un’esperienza.
Anche la Chiesa, il cui contributo non potrà limitarsi a offrire un riparo assistenziale per le mancanze altrui, dovrà mostrare l’autenticità della sua pretesa di avere qualcosa in più da offrire. Come ha ricordato Benedetto XVI, «il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». Dovrà mostrare che Cristo è così presente da essere in grado di ridestare la persona - e quindi tutto il suo desiderio - fino al punto di non farla dipendere totalmente dalle congiunture storiche. Come? Attraverso la presenza di persone che documentano un’umanità diversa in tutti i campi della vita sociale: scuola e università, lavoro e imprenditoria, fino alla politica e all’impegno nelle istituzioni. Persone che non si sentono condannate alla delusione e allo sconcerto, ma vivono all’altezza dei loro desideri perché riconoscono presente la risposta.
Possiamo sperare di uscire dalla drammatica situazione attuale se tutti - compresi i governanti che oggi hanno la difficile responsabilità di guidare il Paese attraverso questa profonda crisi - decidiamo di essere veramente ragionevoli sottomettendo la ragione all’esperienza, se cioè, liberandoci da ogni presunzione ideologica, siamo disponibili a riconoscere qualcosa che nella realtà già funziona. Sostenere chi, nella vita sociale e politica, non si è rassegnato a una misura ridotta del proprio desiderio e per questo lavora e costruisce mosso da una passione per l’uomo, è il primo contributo che possiamo dare al bene di tutti.
Comunione e Liberazione, 10 dicembre 2010
Rapporto Censis 2010
Le «Considerazioni generali» del 44° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2010
Abbiamo resistito. Abbiamo resistito ai mesi più drammatici della crisi, seppure con una «evidente fatica del vivere e dolorose emarginazioni occupazionali». Al di là dei fenomeni congiunturali economici e politico-istituzionali dell’anno, adesso occorre una verifica di cosa è diventata la società italiana nelle sue fibre più intime. Perché sorge il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle sfide che dovremo affrontare.
Una società appiattita. Sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro. Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la fede in uno sviluppo continuato e progressivo), soppiantati dalla delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa. E una società appiattita fa franare verso il basso anche il vigore dei soggetti presenti in essa. «Una società ad alta soggettività, che aveva costruito una sua cinquantennale storia sulla vitalità, sulla grinta, sul vigore dei soggetti, si ritrova a dover fare i conti proprio con il declino della soggettività, che non basta più quando bisogna giocare su processi che hanno radici e motori fuori della realtà italiana».
Un’onda di pulsioni sregolate. Non riusciamo più a individuare un dispositivo di fondo (centrale o periferico, morale o giuridico) che disciplini comportamenti, atteggiamenti, valori. Si afferma così una «diffusa e inquietante sregolazione pulsionale», con comportamenti individuali all’impronta di un «egoismo autoreferenziale e narcisistico»: negli episodi di violenza familiare, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore del soggetto, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere, nella ricerca demenziale di esperienze che sfidano la morte (come il balconing). «Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti».
Il declino parallelo della legge e del desiderio nell’inconscio collettivo. Bisogna scendere più a fondo nella personalità dei singoli e nella soggettività collettiva per verificare come funziona l’inconscio. Qui si confrontano la legge (l’autorità esterna o interiorizzata) e il desiderio (che esprime il bisogno e la volontà di superare il vuoto acquisendo oggetti e relazioni). Ogni giorno di più il desiderio diventa esangue, indebolito dall’appagamento derivante dalla soddisfazione di desideri covati per decenni (dalla casa di proprietà alle vacanze) o indebolito dal primato dell’offerta di oggetti in realtà mai desiderati (con bambini obbligati a godere giocattoli mai chiesti e adulti al sesto tipo di telefono cellulare). «La strategia del rinforzo continuato dell’offerta è uno strumento invincibile nel non dare spazio ai desideri». Così, all’inconscio manca oggi la materia prima su cui lavorare, cioè il desiderio. Al tempo stesso, la desublimazione di archetipi, ideali, figure di riferimento rende labili i riferimenti alla legge (del padre, del dettato religioso, della stessa coscienza). «Si vive senza norma, quasi senza individuabili confini della normalità, per cui tutto nella mente dei singoli è aleatorio vagabondaggio, non capace di riferirsi ad un solido basamento».
Tornare a desiderare. Di fronte ai duri problemi attuali e all’urgenza di adeguate politiche per rilanciare lo sviluppo, viene meno la fiducia nelle lunghe derive su cui evolve spontaneamente la nostra società. Ancora più improbabile è che si possa contare sulle responsabilità della classe dirigente, sulle leadership partitiche o su un rinnovato impegno degli apparati pubblici. La tematica rigore-ripresa è ferma alle parole, la riflessione sullo sviluppo europeo è flebile, i tanti richiami ai temi all’ordine del giorno (la scuola, l’occupazione, le infrastrutture, la legalità, il Mezzogiorno) sono solo enunciati seriali. La complessità italiana è essenzialmente complessità culturale. Nella crisi che stiamo attraversando c’è quindi bisogno di messaggi che facciano autocoscienza di massa. Non esistono attualmente in Italia sedi di auctoritas che potrebbero ridare forza alla «legge». Più utile è il richiamo a un rilancio del desiderio, individuale e collettivo, per andare oltre la soggettività autoreferenziale, per vincere il nichilismo dell’indifferenza generalizzata. «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Attualmente tre sono i processi in cui sono ravvisabili germi di desiderio: la crescita di comportamenti «apolidi» legati al primato della competitività internazionale (gli imprenditori e i giovani che lavorano e studiano all’estero), i nuovi reticoli di rappresentanza nel mondo delle imprese e il lento formarsi di un tessuto federalista, la propensione a fare comunità in luoghi a misura d’uomo (borghi, paesi o piccole città).
Roma, 3 dicembre 2010
Un inconscio collettivo senza più legge, né desiderio
La società slitta sotto un’onda di pulsioni sregolate. Viene meno la fiducia nelle lunghe derive e nell’efficacia delle classi dirigenti. Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare le dinamiche socialiAbbiamo resistito. Abbiamo resistito ai mesi più drammatici della crisi, seppure con una «evidente fatica del vivere e dolorose emarginazioni occupazionali». Al di là dei fenomeni congiunturali economici e politico-istituzionali dell’anno, adesso occorre una verifica di cosa è diventata la società italiana nelle sue fibre più intime. Perché sorge il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle sfide che dovremo affrontare.
Una società appiattita. Sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro. Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la fede in uno sviluppo continuato e progressivo), soppiantati dalla delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa. E una società appiattita fa franare verso il basso anche il vigore dei soggetti presenti in essa. «Una società ad alta soggettività, che aveva costruito una sua cinquantennale storia sulla vitalità, sulla grinta, sul vigore dei soggetti, si ritrova a dover fare i conti proprio con il declino della soggettività, che non basta più quando bisogna giocare su processi che hanno radici e motori fuori della realtà italiana».
Un’onda di pulsioni sregolate. Non riusciamo più a individuare un dispositivo di fondo (centrale o periferico, morale o giuridico) che disciplini comportamenti, atteggiamenti, valori. Si afferma così una «diffusa e inquietante sregolazione pulsionale», con comportamenti individuali all’impronta di un «egoismo autoreferenziale e narcisistico»: negli episodi di violenza familiare, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore del soggetto, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere, nella ricerca demenziale di esperienze che sfidano la morte (come il balconing). «Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti».
Il declino parallelo della legge e del desiderio nell’inconscio collettivo. Bisogna scendere più a fondo nella personalità dei singoli e nella soggettività collettiva per verificare come funziona l’inconscio. Qui si confrontano la legge (l’autorità esterna o interiorizzata) e il desiderio (che esprime il bisogno e la volontà di superare il vuoto acquisendo oggetti e relazioni). Ogni giorno di più il desiderio diventa esangue, indebolito dall’appagamento derivante dalla soddisfazione di desideri covati per decenni (dalla casa di proprietà alle vacanze) o indebolito dal primato dell’offerta di oggetti in realtà mai desiderati (con bambini obbligati a godere giocattoli mai chiesti e adulti al sesto tipo di telefono cellulare). «La strategia del rinforzo continuato dell’offerta è uno strumento invincibile nel non dare spazio ai desideri». Così, all’inconscio manca oggi la materia prima su cui lavorare, cioè il desiderio. Al tempo stesso, la desublimazione di archetipi, ideali, figure di riferimento rende labili i riferimenti alla legge (del padre, del dettato religioso, della stessa coscienza). «Si vive senza norma, quasi senza individuabili confini della normalità, per cui tutto nella mente dei singoli è aleatorio vagabondaggio, non capace di riferirsi ad un solido basamento».
Tornare a desiderare. Di fronte ai duri problemi attuali e all’urgenza di adeguate politiche per rilanciare lo sviluppo, viene meno la fiducia nelle lunghe derive su cui evolve spontaneamente la nostra società. Ancora più improbabile è che si possa contare sulle responsabilità della classe dirigente, sulle leadership partitiche o su un rinnovato impegno degli apparati pubblici. La tematica rigore-ripresa è ferma alle parole, la riflessione sullo sviluppo europeo è flebile, i tanti richiami ai temi all’ordine del giorno (la scuola, l’occupazione, le infrastrutture, la legalità, il Mezzogiorno) sono solo enunciati seriali. La complessità italiana è essenzialmente complessità culturale. Nella crisi che stiamo attraversando c’è quindi bisogno di messaggi che facciano autocoscienza di massa. Non esistono attualmente in Italia sedi di auctoritas che potrebbero ridare forza alla «legge». Più utile è il richiamo a un rilancio del desiderio, individuale e collettivo, per andare oltre la soggettività autoreferenziale, per vincere il nichilismo dell’indifferenza generalizzata. «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Attualmente tre sono i processi in cui sono ravvisabili germi di desiderio: la crescita di comportamenti «apolidi» legati al primato della competitività internazionale (gli imprenditori e i giovani che lavorano e studiano all’estero), i nuovi reticoli di rappresentanza nel mondo delle imprese e il lento formarsi di un tessuto federalista, la propensione a fare comunità in luoghi a misura d’uomo (borghi, paesi o piccole città).
Roma, 3 dicembre 2010
lunedì 29 novembre 2010
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