giovedì 23 giugno 2011

Presentazione libro di Antonio Meli

Incontro-dibattito sul libro di Antonio Meli "Le grandi questioni della filosofia" che si terrà presso il Palazzo della Cultura di Viale Boccetta,
Venerdì 24 Giugno 2011 alle ore 17,30.
Il libro sarà presentato dal Prof. Girolamo Cotroneo
già ordinario di Storia della Filosofia della Università di Messina,
modera la dott.ssa Angela Verso
interverrà il prof. Giuseppe Giordano
associato di Storia e Filosofia della Università di Messina

mercoledì 22 giugno 2011

PRONTI A RENDERE RAGIONE DELLA SPERANZA CHE È IN NOI

Come qualsiasi altra circostanza della vita, anche le elezioni amministrative hanno costretto ognuno di noi a prendere posizione e ad assumersi la propria responsabilità. Soprattutto questa volta, non è stato facile andare oltre le apparenze e i luoghi comuni alimentati dal mondo politico e dall’opinione dominante.
Fin dall’inizio ci siamo detti: siamo cristiani e dunque, prima di qualunque calcolo elettorale e prima di sapere quale sarà il risultato finale, vogliamo verificare se la fede ha qualcosa da dire anche in questa occasione − in altre parole, se ha incidenza storica − o se deve rinunciare alla partita, rassegnandosi al ruolo di “cortigiana” di chi conquisterà il potere o di “consolatrice” per chi sarà sconfitto.
Molti hanno accettato la sfida e si sono lanciati nella verifica, concretamente, incontrando la gente nei mercati, davanti alle chiese, nei caseggiati e nei luoghi di studio e di lavoro. E che cosa si è visto?
Un diffuso quanto confuso desiderio di cambiamento, ma anche tanto scetticismo − e non solo a livello della politica −. A volte, una aggressività eclatante ed esagerata. E soprattutto un mare di bisogni e di solitudine. Dove è stato possibile bucare il muro dei pregiudizi e dell’ostilità, quanta umanità ferita e provata dalla vita è emersa, quanta gente sembrava non aspettare altro che qualcuno disposto a starvi di fronte, semplicemente!
Così, queste elezioni sono diventate l’occasione per ascoltare, per rendersi conto di necessità e di drammi inimmaginabili, talvolta per tendere una mano e offrire un aiuto. In qualche situazione è bastato uno scambio di numeri telefonici per risvegliare desiderio e speranza.
Che cosa ha reso possibile tutto questo? Non certo una scaltrezza e una dialettica politica. Ci vuole ben altro per bucare la crosta di cui molti si sono rivestiti per difendersi da una realtà che non soddisfa. Ora, di fronte a un bisogno tanto profondo, può riaffiorare la tentazione dell’utopia: il sogno che la politica − di qualunque colore e tendenza − possa offrire una soluzione magica che elimini il dolore, il male e l’ingiustizia, liberi l’uomo e lo salvi.
Sappiamo bene, tuttavia, quanto è deludente riporre la speranza in una cosa inconsistente come le utopie, che la storia ha puntualmente smentito. Per questo ci siamo ripetuti: «Non aspettiamoci un miracolo, ma un cammino». Perciò abbiamo condiviso con chiunque l’unica cosa reale che abbiamo: una esperienza di novità umana, che si è dimostrata capace di darci una pienezza e una positività in qualunque circostanza ci trovassimo.
Dopo queste elezioni suonano attualissime le parole che don Giussani rivolse a un giovane incontrato in Università Cattolica alla fine degli anni Sessanta, che considerava ormai la rivoluzione l’unico modo per incidere sulla storia:
«Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono felice l’uomo. La forza che fa la storia è un uomo che ha posto la sua dimora tra di noi, Cristo. La riscoperta di questo impedisce la nostra distrazione come uomini, il riconoscimento di questo introduce la nostra vita all’accento della felicità, sia pure intimidita e piena di una reticenza inevitabile. È nell’approfondimento di queste cose che uno incomincia a toccarsi alla mattina le spalle e sentire il proprio corpo più consistente e a guardarsi nello specchio e sentire il proprio volto più consistente, sentire il proprio io più consistente e il proprio cammino tra la gente più consistente, non dipendente dagli sguardi altrui, ma libero, non dipendente dalle reazioni altrui, ma libero, non vittima della logica di potere altrui, ma libero».
Le elezioni ci hanno provocati a una consapevolezza maggiore di quali sono «le forze che muovono la storia» e ad essere meno ingenui sul potere salvifico della politica. Solo la fede rende più umana la vita ora: mette in moto una vibrazione di fronte al bisogno nostro e altrui, scatena una passione per il destino di ogni singolo uomo in cui ci si imbatte, fino ad aprire una possibilità di dialogo con persone indifferenti, deluse o arrabbiate.
E ora? Non desideriamo altro che la libertà − per noi e per tutti − di costruire e di condividere la nostra esperienza con chiunque, a cominciare da coloro che abbiamo incontrato in questi mesi, dai loro bisogni. La politica − chi ha vinto, ma anche chi ha perso − sarà in grado di riconoscere questa novità di vita nel presente e di difenderla come un bene per tutti?
Quando siamo nati abbiamo domandato una sola cosa a chi comandava allora: «Mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare». Allora come oggi, Comunione e Liberazione esiste solo per questo. Chiediamo troppo?
C O M U N I O N E E L I B E R A Z I O N E
Giugno 2011

martedì 24 maggio 2011

REGGIOINCONTRA 2011

Il 4 e 5 giugno si terrà presso il Teatro "Francesco Cilea" di Reggio Calabria la prima edizione della manifestazione culturale REGGIOINCONTRA 2011 che ha come tema "La Bellezza salverà il mondo" (Dostoevskij).
- Un ventaglio di incontri, che vedranno tra i loro protagonisti importanti nomi della cultura come Davide Rondoni, del giornalismo come Luigi Amicone e Davide Perillo e personalità politiche calabresi.
- Spettacoli serali che, attraverso la musica, guideranno il pubblico in un percorso ideale attorno al tema della bellezza.
- La premiazione di un Concorso artistico, organizzato in collaborazione con l’APS “Espero”, rivolto agli allievi delle Scuole Primarie e Secondarie della Provincia di Reggio Calabria.
- Una mostra di architettura sulla Sagrada Familia e sul suo architetto, Antoni Gaudí, realizzata con il patrocinio dell’Ordine degli Architetti di Reggio Calabria, è curata da un gruppo di giovani architetti e di componenti dell’Associazione studentesca “Antoni Gaudí”, operante all’interno dell’Ateneo reggino.
Il programma di REGGIOINCONTRA 2011 sarà:
Sab 4 giugno
h 10.30 - Inaugurazione
h 11.00 - Incontro "Attraverso l'educazione si costruisce la persona, e quindi la società "
h 21.00 - Incontro spettacolo "La bellezza salverà il mondo?"
Dom. 5 giugno
h 11.00 - Incontro presentazione del Meeting di Rimini "E l'esistenza diventa un'immensa certezza"
h 17.30 - Incontro "Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo"
h 21.00 - Spettacolo: Why Not All & Friends
In più, per tutta la durata della manifestazione:
- Mostra su Gaudì e la Sagrada Familia, curata dal CLU di Reggio
- Banchetto libri e Infopoint su CdS Marvelli, AVSI, Meeting
- Esposizione dei disegni vincitori del Concorso artistico rivolto alle scuole elementari e medie della provincia di Reggio Calabria
“La bellezza che ci sostiene è quella che non passa. È quella la cui ricerca mette insieme uomini di ogni epoca e di ogni cultura. È quella bellezza che ferisce il cuore di una ferita tarda a rimarginarsi e difficilmente incline ad accontentarsi di una facile risposta”
REGGIOINCONTRA 2011 DESIDERA ESSERE “UNA FESTA DI POPOLO PER IL POPOLO”
http://www.reggioincontra.com/

venerdì 6 maggio 2011

REALE e VIRTUALE: la verità nell’era di Internet

Il profumo dei limoni. Tecnologia e rapporti umani nell’era di Facebook

Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
Eugenio Montale, I limoni
Ma che cosa c’entrano i limoni con la tecnologia? Un limone colto dall’albero ha la scorza ruvida. Più curato è l’albero, più ruvida è la scorza. Se la si schiaccia un poco ne esce un olio profumato e d’improvviso la superficie diventa liscia. E poi c’è quel succo asprigno, così buono sulla cotoletta e con le ostriche, nei drink estivi e nel tè caldo! Tatto, olfatto, gusto. Tre dei cinque sensi non possono essere trasmessi attraverso la tecnologia. Tre quinti della realtà, il sessanta per cento.
Questo libro è un invito a farci caso.
Le Edizioni Lindau presentano
Il profumo dei limoni
Tecnologia e rapporti umani nell’era di Facebook
di Jonah Lynch
prefazione di Aldo Cazzullo
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Edizioni Lindau Collana «I Draghi» pp. 144 euro 11,00
ISBN 978-88-7180-922-9
prima edizione: maggio 2011
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DA OGGI IN LIBRERIA
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«Lynch si pone dalla mia parte, dalla parte di tutti noi, con curiosità e apertura. Questa apertura nasce dalla sua esperienza poliedrica: nato in una comune di hippies, una laurea in fisica, un master in pedagogia, sacerdote. In lui è evidente il desiderio di conoscere la realtà nella sua interezza, dalle frontiere della scienza alla filosofia, dall’iMac ultimo modello fino all’educazione. Non è un reazionario nostalgico del passato, né un rivoluzionario ingenuo che crede di poter sconfiggere il male con un colpo di spugna. È un uomo che vuole difendere il nuovo dalla superficialità. Vuole imparare a salvaguardare tutto ciò che trova di bene nella sua esperienza, passata e presente.
In molti passi del libro, si ha la netta percezione che per Lynch ciò che è reale, ciò che è vero, è anche molto bello. Egli preferisce il reale alle maschere con cui tutti ci schermiamo dalle ferite, non per un eroismo filosofico, ma perché è convinto che gli conviene. Guarda in faccia le dinamiche della vita, le scoperte della neuroscienza, l’esito delle tecniche pedagogiche, e le pieghe dei rapporti umani, per scoprire come meglio vivere.
Sono pagine stranamente laiche. Uno si aspetta da un sacerdote, prima o poi, un fervorino. E infatti c’è negli ultimi due capitoli, ma le considerazioni che nascono dalla fede non sono essenziali al ragionamento. È evidente che per Lynch la fede è ciò che permette di guardare il mondo senza paura, ma non ha sostituito la sua ragione.»
dalla prefazione di Aldo Cazzullo
Le nuove tecnologie hanno cambiato il mondo... e i rapporti sociali, familiari e di amicizia. Migliorandoli? Gli adolescenti di oggi quanto sono diversi da quelli di ieri? Jonah Lynch fa parte della generazione che ha vissuto in pieno la nascita della rivoluzione informatica, è un educatore e si pone delle domande. Come stiamo usando il nostro tempo? Cosa possiamo fare per usare al meglio le nuove tecnologie? E come affrontare i problemi che queste sollevano?
Il tema è affascinante, "moderno" e di sicuro interesse; trattato in modo approfondito, originale e inaspettato.
Nella prima parte del volume, l'Autore riflette su alcuni degli aspetti più importanti delle nuove tecnologie, con uno sguardo anche a studi neurologici. Nella seconda parte la riflessione verte sulla mediazione tecnologica dei rapporti umani. Nel bene e nel male. La terza parte affronta gli aspetti più educativi e la domanda più "tecnologica", cosa dobbiamo fare? Anche, e soprattutto, con le nuove tecnologie, dobbiamo e vogliamo imparare la libertà.
L'AUTORE
Jonah Lynch (1978), è sacerdote dal 2006. Dopo essersi laureato in Fisica alla McGill University a Montréal, entra in seminario. Ha studiato filosofia e teologia all’Università Lateranense e ha ottenuto un Master in Education presso la George Washington University. Scrive su temi di musica e teologia per l’edizione statunitense di «Communio». In Italia ha pubblicato due libri (Aspettare insieme, Marietti 2008, e Padre sposo amico, Effatà 2004) e ha curato quattro video documentari, tra cui Across the Wall (Journeyman Pictures 2010). Vive a Roma ed è vicerettore del seminario della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo.
DAL LIBRO
Ho cominciato presto a vivere il fascino della tecnologia. Mio zio mi ha regalato un pc quando avevo solo 7 anni – era un meraviglioso TI 99/4A. Come tanti di quei primi pc, si attaccava al televisore per usarne lo schermo, e usava un normale registratore di cassette come disco. Da quell’anno, il 1985, ho programmato in BASIC, poi al liceo ho imparato C++ e Pascal; all’università FORTRAN e Java. Mi piaceva giocare con la grafica, e in particolare i frattali mi affascinavano per il legame tra matematica, potenti macchine di calcolo, e la bellezza sorprendente dei disegni che ne uscivano.
Sono stato il primo al liceo ad avere un modem: già nel 1991 bazzicavo sui «bulletin board» locali, dove chattavo di cose che mi interessavano con persone che non ho mai visto. Poi nel 1994 sono arrivati il primo indirizzo email (come tutti i «nerd», ho scelto il nome di un oscuro personaggio shakespeariano come username) e i primi tour su Internet per cercare software nelle directory FTP e per chattare con persone sempre più lontane su Internet Relay Chat. Esisteva già il Web, ma non lo avevo mai usato. L’avrei scoperto solo nel 1996 all’università. Ma in chat ho incontrato un ragazzo mio coetaneo, un finlandese che scriveva bene l’inglese, con interessi filosofici, e ho passato qualche mese a scambiare lettere quasi quotidiane con lui: l’esistenza di Dio, il bene e il male, l’arte… Ogni tanto mi torna in mente quello scambio. Sfortunatamente non ho salvato i messaggi e non ricordo il nome impronunciabile del mio amico virtuale, per cercarlo su Facebook. Durante l’ultimo anno di liceo ho anche seguito un corso, Introduzione alla Filosofia, offerto dall’università locale tramite email! Anche in quel caso, non ho mai conosciuto il professore se non attraverso i messaggi.
Come si capisce dal tema del corso e dell’epistolario perduto, ho conosciuto anche un’altra fascinazione oltre a quella tecnologica: quella della vita dello spirito, la vita intellettuale. Essa mi ha portato in un primo momento verso la filosofia, poi alla fede cattolica, e infine in seminario.
Per molti anni ho vissuto senza un computer. Dopo la mia giovinezza tutta tecnologica, durante gli anni dell’università e i primi anni di seminario, non possedevo un computer mio. Un portatile costava troppo e poi non ne avevo veramente bisogno. Certo, usavo compulsivamente quelli del laboratorio di informatica per vedere se qualche amico mi aveva scritto, e per fare i compiti…
Ma nel 2002, quando ero in seminario già da due anni, me ne è tornata la voglia. Vedevo tutti i miei compagni che cominciavano ad avere dei portatili bellissimi, in grado di fare cose meravigliose, con quegli schermi lucidi e attraenti. Per Natale, ho chiesto ai miei genitori di comprarmi un Toshiba, non ultimissimo modello ma comunque di buona qualità. Era molto pesante e molto grande, ma era bello ed era mio. Subito mi sono messo a scaricare di tutto.
Ogni sera scaricavo il pdf del giornale del giorno successivo, per leggerlo in macchina andando a scuola. Era un iPad ante litteram, due chili e mezzo di vetro e acciaio con cui ascoltare Mozart mentre leggevo il giornale alle 7 di mattina sulla terza corsia dell’autostrada. Ottimizzare i tempi! «No waste motions!», «Non fare movimenti inutili», come diceva quel tale nel lavoro teatrale che abbiamo allestito al liceo, un padre di famiglia che mette un grammofono con dischi educativi fuori dalla porta del gabinetto affinché anche quei momenti intimi servissero all’edificazione dei figli.
Poi all’università prendevo appunti: certamente è più facile copiarli, condividerli e cercare la parola chiave se i testi sono in formato elettronico. Sono veloce a battere a macchina: come tanti piccoli americani, ho imparato in tenera età a non guardare le dita e a scrivere in fretta. Nonostante ciò, è difficile stare dietro a un prof che spiega. Qualcuno va piano, ma la maggior parte dice troppe cose perché si possa trascrivere tutto. Lo sapevo già – nei quaderni di appunti non scrivevo tutto – ma sul computer mi era più difficile essere sintetico. E poi certe idee erano più facili da trascrivere con frecce e disegni su una pagina bianca… Mi sono sforzato per qualche settimana, poi ho lasciato il portatile a casa e sono tornato alla carta.
Continuavo comunque a passare molto tempo con la mia nuova macchina: c’erano tanti dischi da copiare o convertire in mp3, spazi immensi su Internet in cui curiosare, programmi da cercare che mi avrebbero fatto risparmiare tanto tempo, anche se sommando il tempo speso per cercarli e vagliarli, non so se l’ho davvero guadagnato. Essendo una macchina che girava con Windows, ogni tre o quattro mesi occorreva formattare il disco, reinstallare tutto, e ripartire. La prima volta è stata divertente, come la pulizia del garage da bambino. La seconda volta meno. E poi i virus, lo spyware, gli aggiornamenti, le licenze da craccare: trovavo la mia vita invasa da nuove curiosità, piccole battaglie da combattere e opere di manutenzione obbligatorie per il buon funzionamento della macchina. Cresceva in me il desiderio di uno strumento migliore, magari meno flessibile, ma anche meno accessibile agli attacchi. Allora ho letto tutti i forum disponibili, e mi sono convinto che i Macintosh erano migliori. Sei mesi di giri sui siti, di decisioni, ripensamenti, decisioni, dubbi, e infine la certezza: iMac, sei bellissimo!
O mio Macintosh! Mio iMac! Come ho apprezzato la tua semplicità elegante, la tua ossequiosa velocità! Nuovo computer, nuova vita. Poiché ero ancora studente, quelli della Apple mi hanno regalato un iPod gratis con il computer. L’ho caricato di miliardi di byte di musica, e sono uscito in bici. All’inizio andava tutto bene. Con la musica tranquilla, andare in bicicletta era come volare. Poi l’effetto «colonna sonora» mi ha esaltato un po’ troppo e ho fatto delle manovre tra gli autobus e le macchine che avrebbero potuto costarmi la pelle. Ho tolto l’iPod, tremando, e non l’ho più messo per andare in bici.
Lavoravo molto con il computer. Dovevo scrivere decine di pagine di report ogni settimana per l’università, oltre a preparare le lezioni per il liceo dove insegnavo fisica. E per di più c’era la serie televisiva «24» alla televisione il lunedì sera! Da non perdere: dopo un solo episodio in compagnia di Jack Bauer, ero drogato. Non potevo più farne a meno. Tutto bene fino al giorno in cui un amico mi ha dato tutte le stagioni precedenti di «24» in dvd! Un disco, tre episodi, 120 minuti complessivi. Quanti dischi? Sette, forse otto per stagione. Quattro stagioni, che ho visto interamente. Guardavo gli episodi mentre studiavo, in una finestra dello schermo del computer. Era divertente poter saltare le brutte scene con la figlia di Jack, una noiosissima ragazza che si lamentava sempre. Ma nel saltare fra il video, il libro da leggere e il testo da scrivere, rispondere al telefono e guardare l’email ogni volta che la pallina rossa indicava un nuovo messaggio, stavo perdendo qualcosa.
Me ne sono accorto nell’ora di silenzio che noi sacerdoti della Fraternità San Carlo osserviamo ogni giorno. In essa troviamo l’àncora della nostra vita. Il silenzio è una necessità grave, un obbligo davanti a Dio. Leggendo il breviario, trovavo che gli occhi volavano veloci sulle parole, spesso senza ricordare nulla un minuto dopo. Leggevo i testi della Bibbia come leggevo i libri scolastici, come leggevo il sito del «New York Times» o il «Corriere», come guardavo «24». Restavo in superficie, cercando le parole più utili o le scene più emozionanti. Ogni pausa, ogni respiro, ogni congiunzione, li sentivo come un vuoto da eliminare. Stavo perdendo la capacità di contemplare, di leggere profondamente, di commuovermi per le sfumature. Stavo perdendo la percezione del tempo come un’esperienza positiva. Mi sembrava solo un ostacolo al correre sempre più veloce, più veloce che potevo. Stavo perdendo molto.
L’anno successivo il mio superiore mi ha chiesto di aiutarlo come vice-rettore del seminario. Da quel momento, ho guardato con crescente interesse le stesse dinamiche che vivevo io nei ragazzi che dovevo educare. A furia di insegnare loro il silenzio («Leggi piano, poche pagine. Quando qualcosa ti colpisce, fermati. Contempla») mi sono trovato a riflettere sul mio modo di pregare. Notavo che alcuni guardavano dei film in camera sui loro portatili, cosa non permessa dalle nostre regole di vita – ma era la stessa mia ossessione di appena un anno prima. Altri mantenevano i rapporti con i propri familiari via sms e telefono, ma avevano relazioni deboli con i compagni. Qualcuno scriveva email fiume, e non riusciva a finire i compiti per la data indicata.
Mi riconoscevo in tutti questi atteggiamenti: ciò che avviene sul computer è quasi sempre più attraente di un libro, qualunque esso sia. E l’email sembra sempre più urgente di qualunque altra cosa, tant’è che si controlla la posta più volte al giorno. È come quell’ansia fortissima che provavo da adolescente, quando passava il postino: avrebbe portato una lettera inviata da Lei? Qualche volta sì, qualche volta no. Poi il postino se ne andava. Soltanto il giorno dopo ero tentato di ritornare davanti alla finestra. Adesso attendo messaggi molto più banali con una fretta altrettanto parossistica. Perdo ancora molto tempo a chiudere e riaprire il programma di mail mentre avrei altro da fare.
Ora però ho anche una responsabilità educativa. Questo mi ha aiutato a uscire dal letargo in cui stavo cadendo, per affrontare i miei problemi e riflettere seriamente su quelli che vedevo nei seminaristi.
Per informazioni, copie saggio e interviste all'Autore:
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Silvja Manzi & Francesca Ponzetto
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sabato 30 aprile 2011

Beatificazione di Giovanni Paolo II

Comunicato Stampa.
Almeno 40mila aderenti a Comunione e Liberazione alla beatificazione di Giovanni Paolo II. «Se qualcuno ha un enorme debito di riconoscenza nei confronti di Giovanni Paolo II, questi siamo proprio noi» (don Julián Carrón)

Saranno almeno 40.000 gli aderenti a Comunione e Liberazione presenti a Roma, domenica 1° maggio, per la beatificazione di Giovanni Paolo II.
Per l’occasione i tradizionali Esercizi spirituali della Fraternità di CL, che erano stati programmati a Rimini dal 29 aprile al 1° maggio, termineranno anticipatamente la sera del 30 aprile, così che i 25.000 partecipanti e i liceali, gli universitari e gli adulti non presenti a Rimini - possano recarsi nella notte in pellegrinaggio a Roma, «per unirci al Papa e alla Chiesa - ha detto don Carrón - nel ringraziamento a Dio che ci ha dato un testimone così autentico di Cristo. Vogliamo stringerci attorno a Benedetto XVI, che nella sua lungimiranza ha deciso di indicare a tutto il mondo il beato Giovanni Paolo II come esempio di che cosa può fare Cristo di un uomo che si lascia afferrare da Lui», e per testimoniare che «se qualcuno ha un enorme debito di riconoscenza nei confronti di Giovanni Paolo II, questi siamo proprio noi».
Per partecipare più consapevolmente alla Beatificazione, dal sito di Tracce (www.tracce.it) sono stampabili (in formato pdf) due strumenti: il Libretto ufficiale della cerimonia, che permetterà di seguire l’evento, e il libretto «Cristo, centro del cosmo e della storia», antologia del magistero di Giovanni Paolo II (che è anche allegato all’ultimo numero del mensile).
In una lettera inviata a tutto il movimento, don Carrón ha scritto:
«Noi ci uniamo alla gioia di tutta la Chiesa nel ringraziare Dio per il bene che è stata la sua persona, con la sua testimonianza e la sua passione missionaria. Chi di noi non ha ricevuto tanto dalla sua vita? Quanti hanno ritrovato la gioia di essere cristiani, vedendo la sua passione per Cristo, il tipo d’umanità che scaturiva dalla sua fede, il suo entusiasmo contagioso! In lui abbiamo subito riconosciuto un uomo - con un temperamento e un accento investiti dalla fede - nei cui discorsi e gesti si documentava il metodo scelto da Dio per comunicarsi: un incontro umano che rende affascinante e persuasiva la fede.
«Tutti noi siamo ben consapevoli dell’importanza del suo pontificato per la vita della Chiesa e dell’umanità. In un momento particolarmente difficile ha riproposto davanti a tutti, con un’audacia che può avere solo Dio come origine, che cosa significhi essere cristiano oggi, offrendo a tutti le ragioni della fede e promuovendo instancabilmente i germi di rinnovamento della compagine ecclesiale posti in essere dal Concilio Vaticano II, senza cedere a nessuna delle interpretazioni parziali che volevano ridurne la portata in un senso o in un altro. Il suo contributo alla pace nel mondo e alla convivenza fra gli uomini mostra quanto sia decisiva per il bene comune una fede integralmente vissuta in tutte le sue dimensioni.
«Sappiamo quanto, fin dall’inizio del pontificato, fosse stretto il legame di Giovanni Paolo II con don Giussani e CL, fondato su una consonanza dello sguardo di fede a tutta la realtà, nella passione per Cristo “centro del cosmo e della storia” (Redemptor hominis). Egli ci ha offerto un insegnamento prezioso per comprendere e approfondire il nostro carisma nelle diverse e molteplici occasioni in cui ha parlato a tutti i movimenti, da lui indicati quali “primavera dello Spirito” in quanto nella Chiesa la dimensione carismatica è “coessenziale” a quella istituzionale. Si è rivolto anche direttamente a noi più volte, fino alle commoventi lettere indirizzate a don Giussani negli ultimi anni della loro vita, accomunata anche dalla prova della malattia.
«Nel discorso per il trentennale del movimento, nel 1984, ci ha detto: “Gesù, il Cristo, colui in cui tutto è fatto e consiste, è quindi il principio interpretativo dell’uomo e della sua storia. Affermare umilmente, ma altrettanto tenacemente, Cristo principio e motivo ispiratore del vivere e dell’operare, della coscienza e dell’azione, significa aderire a lui, per rendere presente adeguatamente la sua vittoria sul mondo. Operare perché il contenuto della fede diventi intelligenza e pedagogia della vita è il compito quotidiano del credente, che va realizzato in ogni situazione e ambiente in cui si è chiamati a vivere. E in questo sta la ricchezza della vostra partecipazione alla vita ecclesiale: un metodo di educazione alla fede perché incida nella vita dell’uomo e della storia. […] L’esperienza cristiana così compresa e vissuta genera una presenza che pone in ogni circostanza umana la Chiesa come luogo dove l’evento di Cristo […] vive come orizzonte pieno di verità per l’uomo. Noi crediamo in Cristo, morto e risorto, in Cristo presente qui ed ora, che solo può cambiare e cambia, trasfigurandoli, l’uomo e il mondo” (Roma, 29 settembre 1984). Sono parole di una attualità impressionante!.
«Con una paternità sorprendente e unica Giovanni Paolo II ha abbracciato la nostra giovane storia riconoscendo canonicamente la Fraternità di Comunione e Liberazione, i Memores Domini, la Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, le Suore di Carità dell’Assunzione, come frutti diversi sgorgati dal carisma di don Giussani per il bene di tutta la Chiesa. Il Papa stesso ci ha fatto capire la portata di tale gesto: “Quando un movimento è riconosciuto dalla Chiesa, esso diventa uno strumento privilegiato per una personale e sempre nuova adesione al mistero di Cristo” (Castelgandolfo, 12 settembre 1985).
«Perciò, se qualcuno ha un enorme debito di riconoscenza nei confronti di Giovanni Paolo II, questi siamo proprio noi. E non possiamo trovare un modo più adeguato di mostrare questa nostra riconoscenza che continuare a seguire il suo autorevole richiamo: “Non permettete mai che nella vostra partecipazione alberghi il tarlo dell’abitudine, della “routine”, della vecchiaia! Rinnovate continuamente la scoperta del carisma che vi ha affascinati ed esso vi condurrà più potentemente a rendervi servitori di quell’unica potestà che è Cristo Signore!” (Castelgandolfo, 12 settembre 1985)».
Ufficio stampa di Cl
Milano, 28 aprile 2011